Editoriale di Fabio Fiorina

Cinquant’anni fa, in una notte torbida e di sabbia sporca, il corpo martoriato di Pier Paolo Pasolini veniva restituito al nulla da cui, in fondo, l’Italia non si è mai del tutto rialzata. Lo uccisero ad Ostia, ma in realtà lo stavano uccidendo da anni: con la censura, con il dileggio, con l’ipocrisia. Pasolini è stato il più grande specchio rotto della nostra civiltà: in ogni frammento di quella superficie tagliente c’è ancora il riflesso di un Paese che lo ha temuto più di quanto lo abbia compreso.

Pier Paolo Pasolini

Poeta, regista, visionario, uomo politico nel senso più alto del termine — cioè cittadino che pensa, scrive e agisce per la comunità, Pasolini non fu mai un intellettuale di comodo. Fu scomodo, ferocemente libero, capace di dire che il potere non è mai innocente, né di destra né di sinistra. Con Scritti corsari e Lettere luterane demolì la retorica della modernità consumista, anticipando la mutazione antropologica che avrebbe trasformato gli italiani da popolo a pubblico, da cittadini a clienti. E lo disse quando tutti si inginocchiavano di fronte alla televisione, quando pochi avevano il coraggio di svelare il volto manipolatore del progresso.

Il grido potente

Pasolini ha gridato la verità in un’Italia che preferiva il silenzio. Ha amato il sottoproletariato, non come oggetto di compassione, ma come ultimo baluardo di autenticità. Ha visto nei ragazzi di borgata la poesia che il benessere avrebbe ucciso. E nel suo cinema, da Accattone a Il Vangelo secondo Matteo, fino al sacrilego capolavoro Salò o le 120 giornate di Sodoma — ha raccontato l’oscenità del potere con un rigore da profeta laico. Salò è ancora oggi la più lucida e violenta denuncia del fascismo eterno, quello che si traveste da normalità, da consumo, da ordine sociale.

Pier Paolo Pasolini

I suoi detrattori, quelli che lo hanno infangato in vita e profanato dopo la morte, sono i veri mostri morali di questa nazione. Lo hanno depredato culturalmente, rubandone l’immagine per addomesticarla, svuotandola del suo furore politico, della sua radicale purezza. Pasolini è stato assassinato due volte: sul litorale di Ostia e poi, ogni giorno, nelle bocche ipocrite di chi ne cita i versi senza capirne la rivoluzione.

Non ssvanirà mai!

Cinquant’anni dopo, Pasolini è ancora la coscienza che brucia sotto la cenere del conformismo. È la voce che ci ricorda che la libertà non è un bene erogato dal potere, ma una ferita da tenere aperta. E se l’Italia avesse ascoltato Pasolini, forse non saremmo un Paese che ancora teme la verità e si genuflette alla sottocultura fascista e mafiosa.

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