Parruccone fa ancora il malandrino e l’Europa ancora abbozza. Come era ampiamente prevedibile, il fatto che nell’accordo sui dazi tra Ue e Usa, celebrato appena una settimana fa, con una Dichiarazione congiunta non si facesse cenno alle normative digitali europee, non significava affatto che Donald Trump, il solito malandrino della Magliana prestato alla geopolitica, avesse mollato l’osso. Anzi, come un boss di quartiere che non sopporta di essere contraddetto, si è svegliato all’alba (ora europea) per urlare in maiuscolo su Truth Social le sue minacce.
Parruccone fa ancora il malandrino
Il copione è sempre lo stesso: Trump brandisce i dazi come una mazza da baseball, avvertendo che “tutti i Paesi con tasse, legislazione, norme o regolamenti digitali” saranno colpiti da “sostanziali tariffe aggiuntive” sulle esportazioni, oltre a “restrizioni sull’export di tecnologia e chip” dirette verso gli Stati Uniti. Un ricatto bello e buono, condito dal solito slogan trito: le regole europee, dice, non sarebbero altro che un’aggressione alle “straordinarie aziende americane”, ridotte – secondo lui – a “salvadanaio” e “zerbino” del mondo.
Le parole di un ciarlatano
Come ogni malandrino che si rispetti, Trump non si limita alla minaccia: lancia accuse infondate, punta il dito contro l’Europa e, allo stesso tempo, soffia sul fuoco della paura per la Cina. “Le tasse digitali e le normative sui servizi e mercati digitali sono progettate per discriminare la tecnologia americana – ha gridato in rete – mentre le aziende cinesi ricevono un lasciapassare completo. Questo deve finire, e finire ORA!”.
Parruccone fa ancora il malandrino
Un linguaggio da gangster, più che da capo di Stato. Trump continua a giocare la parte del prepotente da bar, incapace di distinguere tra interessi nazionali e la difesa dei suoi amici miliardari. Se non fosse alla Casa Bianca, lo vedremmo benissimo seduto in un bar della Magliana, a battere i pugni sul tavolo e a promettere “mazzate” a chi non paga il pizzo digitale.
