Non avrete veramente intenzione di votare Vannacci? Un uomo che descrive i gay come gibboni ammaestrati, con la stessa grazia culturale con cui mezzo secolo fa si spiegava alle donne che potevano guidare l’automobile, lavorare, persino avere un’opinione… purché restassero al loro posto.

Non avrete veramente intenzione di votare Vannacci?

Ma come ti permetti? Brutto bifolco fascista che ancora non ha capito la differenza tra civismo avanzato e dar fuoco alle scorregge in caserma. Questo è l’essere a cui volete assegnare il 7% dei voti? Allora i veri gibboni siete voi. Con quale autorità morale, culturale o intellettuale ti arroghi il diritto di stabilire chi sia normale e chi no? Chi sia accettabile e chi debba essere messo sotto osservazione come una curiosità da esposizione?

L’espressione della sottocultura civica

Vannacci è l’espressione perfetta della caserma elevata a filosofia politica. Camerata prima ancora che cittadino, comandante prima ancora che uomo delle istituzioni. Un mondo dove ogni problema deve avere un colpevole, ogni pensiero deve stare sull’attenti, ogni parola deve marciare in fila indiana. Questa gente delle caserme la metterei al gabbio al posto dei delinquenti comuni, almeno un delinquente sai chi è… questa gente invece sporca il paese, sventra la morale e le certezze personali e lascia macerie al posto delle orme.

Non avrete veramente intenzione di votare Vannacci?

È una visione del mondo povera, incredibilmente povera. La complessità viene sostituita dagli slogan, la cultura dalla disciplina, il ragionamento dall’ordine impartito dall’alto. Sempre con quel tono da generale fallito convinto di spiegare la vita a chiunque abbia avuto la fortuna di leggere una pagina in più rispetto al suo inutile regolamento della caserma.

E c’è chi scambia tutto questo per coraggio

No! Il coraggio è confrontarsi con il mondo per quello che è. Il coraggio è comprendere ciò che non si conosce. Il coraggio è accettare che la società non sia un plotone da schierare davanti alla bandiera. Quello che vedo io è altro. Vedo un immaginario fermo a decenni fa, vedo nostalgie travestite da buonsenso, vedo una sottocultura civica che considera il cittadino un sottoposto, la critica un’offesa, la libertà un fastidio – e la cosa più inquietante è che qualcuno continua a chiamarla visione politica.

Io ci vedo soltanto una lunga, interminabile camerata che pretende di diventare Paese.

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