MMA, boxe e tutte le discipline dove il volto è un bersaglio legittimo vengono raccontate come arti, come espressioni di disciplina e rispetto. Ma la verità è più nuda e più scomoda: si tratta di violenza organizzata, regolamentata, venduta come intrattenimento. È la trasformazione della sofferenza in spettacolo, del trauma in business, della possibile morte in highlight da condividere sui social.
MMA, boxe e tutte le discipline dove il volto è un bersaglio legittimo sono un fallimento culturale
Chi applaude, chi paga, chi commenta con entusiasmo, è parte attiva di questo meccanismo. Non esistono spettatori innocenti quando la posta in gioco è l’integrità fisica e mentale di un essere umano… quanto vi odio! Siete sottosviluppati civici appena scesi dall’albero. Uccidereste pur di vinncere.
Per non dimenticare
Scrivo queste righe come se le incidessi su una pietra fredda, con mani stanche ma ostinate, perché certe verità non possono essere sussurrate: vanno scolpite, lasciate lì a sfidare il tempo e l’ipocrisia. Nel 2026, permettere che un uomo venga colpito ripetutamente al volto fino a perdere coscienza, memoria, dignità, o la vita, non è sport… è un fallimento culturale e civico. Siete solo dei vigliacchi intellettuali… analfabeti senza sviluppo civico. È la dimostrazione che, sotto la vernice del progresso, continua a pulsare un cuore antico e brutale, incapace di rinunciare al fascino primitivo della distruzione.
MMA, boxe e tutte le discipline dove il volto è un bersaglio legittimo sono un fallimento culturale
C’è una fame di vittoria che ha smarrito ogni confine etico. Vincere a tutti i costi, anche quando il costo è il cervello dell’altro, la sua lucidità, la sua esistenza futura. Non è competizione, è sopraffazione, non è coraggio, è anestesia morale. Si normalizza l’idea che spaccare una faccia sia accettabile, purché avvenga sotto le luci giuste e con un arbitro a bordo ring. Si accetta che un uomo possa uscire da una gabbia su una barella come se fosse un incidente collaterale, una statistica inevitabile, una variabile trascurabile. Questa non è civiltà è una regressione mascherata da modernità.
Fame di vincere
È l’incapacità di immaginare forme di confronto che non passino dalla distruzione fisica dell’altro. È la resa dell’intelligenza davanti al culto della forza cieca. In una società che si proclama evoluta, che parla di diritti, di inclusione, di progresso, continuiamo a esaltare la violenza più primaria, quella che mira al volto, al cervello, all’identità stessa di una persona. E così, mentre ci indigniamo per le guerre lontane e piangiamo le vittime dei conflitti, accettiamo senza battere ciglio un’arena dove la possibilità di uccidere è parte integrante dello spettacolo.
Questa contraddizione è la nostra condanna. Perché finché troveremo normale applaudire un uomo che crolla a terra, stordito e inerme, non potremo dirci davvero civili. Potremo solo continuare a raccontarci una bugia, comoda, rumorosa, sanguinante.
