L’ultima lettera di Mariam Abu Dagga! Mariam Abu Dagga non c’è più. Una giornalista, una madre, una voce libera spenta oggi dall’esercito israeliano nel bombardamento dell’ospedale Nasser di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza.

L’ultima lettera di Mariam

Con lei sono stati massacrati altri quattro reporter. Penne, taccuini, macchine fotografiche: tutte armi troppo potenti per chi ha paura della verità. Prima che il silenzio la inghiottisse, Mariam ha trovato la forza di scrivere al figlio Ghaith, 12 anni. Non lo vedeva dall’inizio della guerra: era stato evacuato, portato lontano dalle macerie e dalle urla. Lei è rimasta, come restano sempre le madri che non possono abbandonare la propria terra.

Le sue parole, tradotte e rilanciate da Patrick Zaki

Le sue parole, tradotte e rilanciate da Patrick Zaki, non sono solo una lettera. Sono un grido, un testamento, una fiamma che nessuna bomba potrà spegnere: “Voglio che tu tenga la testa alta, che studi, che tu sia brillante e distinto, e che diventi un uomo che vale, capace di affrontare la vita, amore mio”. C’è tutta la forza del mondo in questa frase. Un invito a non piegarsi, a trasformare il dolore in dignità, a vivere nonostante tutto.

L’ultima lettera di Mariam

Una madre che, sotto il rombo degli aerei e il fuoco dei carri armati, non pensa a sé, ma al futuro del figlio. Mariam è stata assassinata, come centinaia di altri giornalisti non solo palestinesi, perché la loro voce disturbava. Perché raccontavano l’orrore che il mondo non vuole guardare. Ma la sua ultima lettera non la può censurare nessuno. Mariam muore, ma le sue parole vivono. Sono una condanna per chi uccide e un’eredità per chi resiste. Non è solo una storia di Gaza: è la storia di una madre che, anche morendo, ha insegnato a suo figlio — e a tutti noi — a non abbassare mai la testa.

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