L’infamia degli ebrei d’Israele è lo specchio della loro storia. Gli ostaggi palestinesi tornano a casa ma nessuno parla di loro.
Nemmeno un’eco attraversa il muro del silenzio che li avvolge. Gli ostaggi palestinesi liberati oggi — uomini, donne, ragazzi — tornano a casa con lo sguardo spento, con il corpo segnato e l’anima frantumata da anni di prigionia arbitraria. Le carceri israeliane li hanno inghiottiti senza processo, senza voce, senza nome. Sono sopravvissuti all’ombra, nel buio delle celle dove il tempo non scorre e la speranza si spegne un po’ ogni giorno.
L’infamia degli ebrei d’Israele è lo specchio della loro storia
Le loro storie non fanno notizia. Non ci sono telecamere ad accoglierli, né titoli di giornale pronti a raccontare le loro vite sospese. Nessuna conferenza stampa, nessuna narrazione commossa. Solo il silenzio — quel silenzio che pesa più delle catene. Il mondo parla di ostaggi da liberare, ma dimentica gli ostaggi già liberati, e ancor più quelli che restano.
A casa?
Oggi sono tornati, ma non sono liberi. Dentro portano il rumore dei cancelli, il freddo dei muri, la memoria delle urla che non smettono di rimbombare nella mente. Sono il volto dimenticato della giustizia negata, l’altra metà della verità che nessuno vuole vedere.
Oltre novemila palestinesi restano ancora dietro le sbarre, molti senza accuse, molti senza processo. Giovani che hanno conosciuto la prigione prima della libertà, madri separate dai figli, uomini resi ombre di se stessi. E il mondo, ancora una volta, si volta dall’altra parte. Si parla di pace, ma si tace sull’ingiustizia. Si invoca il diritto, ma si ignora chi da decenni lo implora invano.
L’umanità si misura da chi si sceglie di guardare, e noi, troppo spesso, scegliamo di non vedere.
