La guerra dimenticata in Myanmar… una volta Birmania continua a bruciare nel silenzio del mondo. Da anni, un conflitto atroce consuma le montagne e le giungle di un Paese spaccato tra la dittatura militare e le minoranze etniche in rivolta. Migliaia di civili fuggono ogni mese, villaggi incendiati, bambini mutilati, donne stuprate, monaci arrestati. Ma nessuno guarda. Nessuno parla. Forse perché in Birmania non c’è abbastanza economia da sfruttare.
La guerra dimenticata in Myanmar
Non ci sono giacimenti petroliferi strategici come in Medio Oriente, né rotte commerciali fondamentali come nel Mar Rosso. C’è soltanto dolore. E il dolore, se non produce profitto, non interessa. L’Occidente, che ama definirsi “paladino dei diritti umani”, si gira dall’altra parte. Le sanzioni? Tiepide, simboliche, dimenticate il giorno dopo. Le Nazioni Unite? Bloccate da veti e indifferenza. I media? Distratti da guerre più redditizie, dove l’indignazione può diventare business e lo sdegno, spettacolo.
Non ci si può mangiare sopra
Intanto il regime birmano, figlio del golpe del 2021, continua a bombardare i propri cittadini con armi importate e silenziate. Gli attivisti vengono torturati, gli oppositori spariscono, i villaggi vengono spazzati via da droni e artiglieria. Eppure, nessuno scende in piazza per la Birmania. Nessuna bandiera birmano-blu invade i profili social.
La guerra dimenticata in Myanmar
Forse perché la sofferenza birmana non genera like, non vende contratti, non crea alleanze militari. Forse perché il sangue dei birmani non ha valore di mercato.
E così, nel silenzio globale, la Birmania si consuma. Un Paese dimenticato, dove la guerra è diventata un’eco lontana, un rumore di fondo coperto dai jet e dalle borse valori. La guerra in Birmania è la misura perfetta dell’ipocrisia mondiale: se non puoi trarne profitto, non esiste.
