Molto è stato detto delle guerre e delle armi vendute all’ingrosso, quello di cui non parliamo più è: lavoro, sanità, politiche abitative e istruzione. Questi sono argomenti che non possono essere accantonati eppure… scivolano ai margini del discorso pubblico come fotografie sbiadite, reliquie di un tempo in cui la politica era ancora una promessa e non soltanto una tecnica di sopravvivenza.
Lavoro, sanità, politiche abitative e istruzione
Restano lì, immobili, mentre il mondo corre, e noi con lui, sempre più stanchi, sempre più vuoti, e non è colpa soltanto di questo governo, ma della politica italiana nel suo insieme, di una lunga sequenza di rinunce, compromessi, silenzi e responsabilità condivise che hanno scavato, anno dopo anno, il vuoto sotto i nostri piedi.
Il lavoro…
C’era una stagione in cui il lavoro non era una trappola, ma un sentiero. Un tempo in cui si entrava in fabbrica, in ufficio, in una bottega, ci entrava con la consapevolezza di costruire qualcosa che sarebbe durato. Oggi il lavoro è una lunga attesa senza approdo, una contrattazione quotidiana al ribasso, una resa mascherata da flessibilità. È precarietà che diventa identità, sfruttamento che si traveste da opportunità, sacrificio che si pretende come dovere morale. Le buste paga si assottigliano mentre la vita rincara, e il futuro diventa una parola astratta, un lusso linguistico che non possiamo più permetterci. Si lavora per restare a galla, non per andare avanti, e la dignità, lentamente, si consuma come una moneta fuori corso, logorata da decenni di politiche miopi, di riforme mancate, di promesse disattese.
Lavoro, sanità, politiche abitative e istruzione
La sanità pubblica, che un tempo incarnava l’idea stessa di comunità, oggi appare come un corpo stanco, segnato da ferite profonde. Ospedali che arrancano, corridoi sovraffollati, medici e infermieri consumati da turni impossibili, costretti a scegliere tra vocazione e sopravvivenza. Le liste d’attesa diventano anni, le diagnosi si perdono nel labirinto della burocrazia, la cura si trasforma in privilegio e sopra tutto questo… cala il silenzio complice sull’aumento dei medicinali, cresciuti nell’indifferenza generale, come se il dolore fosse una colpa privata e non una responsabilità collettiva.
Costa sempre di più
Curarsi costa sempre di più, e chi non può, rinuncia, rimanda, spera. La salute, così, smette di essere diritto e diventa elemosina. Anche qui, non è una deriva improvvisa, ma il risultato di scelte politiche reiterate, trasversali, che hanno considerato la sanità un capitolo di spesa da comprimere, anziché un investimento umano da proteggere.
Lavoro, sanità, politiche abitative e istruzione
Poi c’è la casa, che dovrebbe essere rifugio e invece è diventata una frontiera. Un confine mobile che si sposta sempre più lontano dal centro della vita. Gli affitti salgono senza tregua, spinti da una speculazione vorace che divora quartieri, identità, memorie. Le città si svuotano dei loro abitanti e si riempiono di presenze temporanee, di valigie leggere e notti brevi. Chi resta è costretto a migrare verso periferie sempre più remote, dove il tempo si spezza e lo spazio si dilata.
La speculazione dei proprietari
Abitare non è più un diritto, ma una concessione revocabile, figlia di un’assenza cronica di politiche pubbliche capaci di governare il mercato invece di subirlo.
E infine l’istruzione, ridotta a scheletro funzionale, a sapere minimo indispensabile. Le scuole diventano luoghi di resistenza silenziosa, gli insegnanti funamboli su un filo sottile fatto di precarietà e passione, gli studenti destinatari di un’educazione compressa, addomesticata, resa innocua. L’università si allontana, si fa costosa, selettiva, escludente. Si forma manodopera docile, non coscienze critiche, si insegna a eseguire, non a comprendere, si sottrae tempo al pensiero, come se pensare fosse un lusso per pochi. Anche questo è il frutto di una lunga responsabilità collettiva della politica, incapace di difendere il sapere come bene comune.
Lavoro, sanità, politiche abitative e istruzione
Così, mentre lo sguardo viene costantemente deviato altrove, perdiamo il cuore delle cose. Perdiamo il senso profondo della convivenza, della giustizia, della solidarietà. Restano macerie quotidiane, silenzi accumulati, nostalgie senza voce e in questo lento svuotamento, ciò che davvero muore non è soltanto il welfare, ma l’idea stessa di futuro.
