L’Angelus di oggi, nelle parole del Papa, sembra la riproposizione ormai rituale di una liturgia linguistica che consola ma non scuote, che accarezza ma non incide. Un discorso intriso di buone intenzioni e di affetto universale, ma privo di quella lama profetica che dovrebbe attraversare la coscienza del mondo.

L’Angelus di oggi

Le alluvioni in Messico vengono citate come un’ennesima “calamità”, da affidare alla “Vergine Santa”, ma non una parola viene detta sulle cause umane — il disastro climatico, la deforestazione, l’avidità economica — che rendono le tragedie meteorologiche sempre più devastanti. Ci si limita al conforto spirituale, come se pregare bastasse a contenere l’acqua o a frenare i profitti dei colossi energetici. È il linguaggio del palliativo, non del cambiamento.

La pace secondo il papariello

La parte sulla pace segue lo stesso schema: la guerra ridotta a “sofferenza dei bambini e delle madri”, la soluzione affidata al rosario e alla contemplazione dei “misteri di Cristo”. Ma dove sono le parole sul traffico d’armi, sulle responsabilità dei governi, sull’ipocrisia delle potenze che si dicono cristiane mentre finanziano i massacri? Dove l’indignazione morale di un Papa che dovrebbe gridare, non sussurrare?

L’Angelus di oggi

Persino la chiusura, con il lungo elenco di località, suona come un bollettino da oratorio, un piccolo rito di burocrazia pastorale più che un messaggio spirituale universale. È come se la Chiesa, davanti al dramma planetario, si rifugiasse nella rassicurante geografia dei saluti.

Certo, il Papa parla d’amore e di pace. Ma l’amore senza verità è sentimentalismo, e la pace senza giustizia è complicità. Il mondo brucia, e dall’Angelus arriva solo la voce dolce di chi versa acqua santa sulle ceneri.
Una voce che consola, sì — ma non converte.

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