“La storia si ripete prima come tragedia, poi come farsa” così parlò Karl Marx. Partendo da questo assioma, la mappa del presente si legge come un palinsesto in cui i grandi drammi si ritrovano, deformati, nelle repliche circensi del potere.
La storia si ripete prima come tragedia, poi come farsa
La tragedia è il dolore originario: l’occupazione, il lutto, la distruzione che producono vittime reali e famiglie spezzate. Quando quella tragedia non trova giustizia e memoria collettiva, la sua ripetizione diventa farsa — non meno dolorosa, ma resa grottesca dalla banalità di chi la gestisce: politici che recitano moralismi, leader che giocano a diplomazia di facciata, istituzioni che trasformano crisi umanitarie in sondaggi e tweet.Oggi, davanti alla questione palestinese, la citazione di Marx resta un’arma interpretativa utile. Per milioni di manifestanti in piazza — giovani, anziani, studenti, migranti — la prima esperienza è la tragedia: casse da morto, case sbriciolate, il coraggio disperato di chi cerca cure e pane.
La forza della protesta
La loro presenza nelle strade è la controvoce di quella tragedia, un gesto di memoria collettiva che pretende responsabilità. Ma la scena internazionale spesso scivola nella farsa: dichiarazioni formali che si somigliano, risoluzioni che rimangono simboliche, leader che alternano condanne e gesti di realpolitik, come attori che cambiano costume ma non il copione.
La storia si ripete prima come tragedia, poi come farsa
Ecco la doppia ripetizione — il vero dolore che diventa spettacolo, la storia che perde gravità e diventa aneddoto da talk show.I politici internazionali, in questo quadro, possono trovarsi su entrambi i lati: alcuni incarnano la tragedia quando legiferano, accolgono profughi, si espongono, altri, quando preferiscono la strategia del minimo sussurro o dell’alleanza di comodo, rischiano di trasformare il naufragio umano in farsa morale.
I manifestanti di tutto il mondo non possono essere manovrati
I manifestanti, invece, opponendo la propria presenza pubblica, costringono la storia a restare tragedia – non a sbiadire nella risata di una farsa. La loro insistenza segnala che non ci si rassegna al bianco e nero della cronaca: pretendono che la memoria diventi politica, che le parole si trasformino in misure concrete.
La storia si ripete prima come tragedia, poi come farsa
Se vogliamo che la ripetizione non si consumi in una farsa grottesca, la sfida è doppia: chiedere ai politici responsabilità che rompano il cerchio delle parole vuote, e preservare nelle piazze la dignità della tragedia, trasformandola in azione solidale, in pressione istituzionale e in memoria viva. Solo così la storia potrà, forse, interrompere la sua replica e concedere — non una nuova commedia — ma una possibile giustizia.
