Gli attivisti della Global Sumud Flotilla, cittadini di decine di Paesi, uomini e donne che avevano come unico obiettivo portare aiuti umanitari e rompere l’assedio criminale imposto a Gaza, sono stati sequestrati in pieno Mediterraneo e rinchiusi nelle prigioni israeliane.
Gli attivisti GSF portati nelle peggiori carceri
Non carceri qualunque, ma luoghi tristemente noti in tutto il mondo per abusi, torture, maltrattamenti sistematici. Il porto di Ashdod è stato la prima tappa di questa deportazione moderna, poi molti sono stati trasferiti nel famigerato carcere di Ketziot, nel deserto del Negev. Non è un centro di detenzione: è un campo di punizione, una macchina di umiliazione e annientamento psicologico. Ketziot non è nuovo alle cronache. Già dagli anni Ottanta è stato denunciato da organizzazioni internazionali come luogo di pestaggi, privazioni, isolamento forzato.
La condizioni disumane
Amnesty International, Human Rights Watch, la Croce Rossa: tutti hanno documentato le condizioni disumane di questo inferno recintato nel nulla. Celle minuscole, sovraffollamento, assenza di assistenza medica, pestaggi a sangue e detenzioni arbitrarie senza processo. Un deserto in cui lo Stato israeliano getta i suoi “nemici politici”, trasformando un carcere in un laboratorio di annientamento.
Gli attivisti GSF portati nelle peggiori carceri
Ed è lì che oggi finiscono i pacifisti della Flotilla. Persone colpevoli solo di aver alzato la testa contro un blocco che affama due milioni di civili palestinesi. Persone che hanno scelto la disobbedienza nonviolenta e che ora subiscono la violenza più ipocrita, quella che si ammanta di “sicurezza nazionale”. Le autorità israeliane parlano di “arresti regolari”, ma il mondo sa benissimo che questi sono sequestri politici.
Gli attivisti non sono criminali: sono testimoni scomodi da silenziare, da spezzare fisicamente e psicologicamente nelle celle di Ashdod e Ketziot. Ogni giorno che trascorrono lì dentro è una macchia in più sul volto dell’Europa e dell’Occidente, che osserva e tace. Perché lo sa, lo sanno tutti: le carceri israeliane sono strumenti di repressione sistematica, usati per umiliare palestinesi, dissidenti e chiunque osi opporsi.
Una macchina disumani
È vergognoso che cittadini europei, americani, africani e asiatici vengano trattati come terroristi solo perché hanno portato pane, medicine e speranza. È infame che il silenzio diplomatico legittimi queste pratiche.Questi attivisti vanno liberati subito. Non ci sono scuse, non ci sono “indagini in corso”, non ci sono cavilli che possano giustificare la loro detenzione.
Ketziot e Ashdod sono nomi che dovrebbero far rabbrividire ogni coscienza libera. Tenerli lì dentro significa ammettere che la tortura, la violenza e l’abuso sono diventati linguaggio politico legittimo. Significa che la comunità internazionale si piega ancora una volta al ricatto di Israele, permettendo che i prigionieri della Flotilla diventino l’ennesimo sacrificio sull’altare dell’impunità.
