La memoria dovrebbe essere coscienza di se stessa. La memoria della memoria dovrebbe essere lo spirito della coscienza storica. Parole come: Olocausto o Genocidio dovrebbero risuonare nella nostra mente come monito a non commettere ancora quel crimine ma dove si sgretola la coscienza?

La memoria

La coscienza si sgretola nel momento in cui lo stesso atto viene commesso nuovamente da altri Stati come fonte di giustificazione per ciò che si è ricevuto. Tale valutazione mi fa pensare che se Israele continua nel perpetrare nel crimine di Genocidio, allora la parola stessa MEMORIA non ha un seguito di coscienza quindi, se la parola Genocidio non può essere applicata ai palestinesi, la stessa Shoah deve essere ridimensionata al termine strage degli ebrei.

La morte della coscienza storica

Se questo sentimento non vive nel cuore del governo israeliano, allora mi viene da pensare più facilmente che, anche se ancorati dalla stessa religione, gli ebrei erranti non hanno nulla a che fare con lo Stato israeliano e molto di più… lo Stato israeliano non può rappresentare l’ebraismo che ha subito, storicamente, lo stesso crimine che infligge ai palestinesi quindi, ci ritroviamo di fronte a due realtà assolute: Sionisti ed Ebrei.

La memoria dispersa

Questa frattura morale interroga il significato della parola memoria. Se essa non genera coscienza, allora resta guscio vuoto, rito sterile, narrazione consumata. Se il termine genocidio non può essere pronunciato per descrivere ciò che accade oggi ai palestinesi, allora anche la Shoah dovrebbe essere ridimensionata a semplice “strage degli ebrei”, perdendo il suo valore universale. Perché la memoria o è monito valido per tutti, o diventa strumento di potere. Se accettiamo questa distinzione, comprendiamo che l’ebraismo come esperienza storica, religiosa, spirituale e culturale non può essere ridotto all’ideologia politica del sionismo. L’ebreo che porta dentro di sé la memoria della persecuzione, l’ebreo che vive la Shoah come trauma universale dell’umanità, non può coincidere con il progetto statale che trasforma quella stessa memoria in un’arma di giustificazione.

L’evidente paradosso

Qui la frattura diventa evidente: da un lato la coscienza della sofferenza, dall’altro l’uso strumentale della sofferenza per esercitare potere e violenza. La memoria, quando diventa selettiva, perde la sua natura etica. Una memoria che ricorda solo le proprie vittime e ignora quelle altrui non è memoria, ma propaganda. Una coscienza storica degna di questo nome non può ammettere due pesi e due misure: o il genocidio è crimine universale, che riguarda ogni popolo e ogni tempo, oppure si trasforma in parola svuotata, piegata al calcolo politico.

La memoria depredata

Israele, se continua a utilizzare la Shoah come legittimazione e non come monito, tradisce la sua stessa radice di senso. Non rappresenta più la difesa della vita ebraica ma la sua corruzione, il suo rovesciamento. In questo modo, l’ebraismo storico e religioso rimane vittima due volte: prima dell’orrore nazista, ora dell’appropriazione ideologica di uno Stato che agisce in nome di quella tragedia senza incarnarne lo spirito. Ecco allora la distinzione: da un lato gli ebrei, con la loro storia millenaria, con il dolore e la forza della memoria viva, dall’altro i sionisti, che hanno ridotto la memoria a strumento di dominio. Questa frattura dovrebbe essere riconosciuta, altrimenti il rischio è che la parola “genocidio” venga svuotata di significato, la Shoah banalizzata e la coscienza dell’umanità oscurata da un eterno presente di violenza giustificata.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *