La grande macchina europea colpisce ancora. O meglio: non colpisce affatto. Perché mentre l’energia torna a trasformarsi nel detonatore economico del continente, Ursula von der Leyen riesce nell’impresa quasi artistica di non rispondere. Non una decisione. Non una posizione chiara. Non un sì. Non un no. Soltanto il solito raffinato esercizio burocratico europeo: prendere tempo mentre il mercato brucia miliardi.Giorgia Meloni aveva scritto alla Commissione Europea chiedendo l’estensione della clausola nazionale di salvaguardia anche al settore energetico, nel tentativo di ottenere margini di manovra per affrontare la nuova crisi provocata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Una richiesta che, in teoria, dovrebbe avere carattere urgente. Perché quando uno dei principali snodi energetici mondiali rischia di paralizzarsi, il problema non è filosofico. È economico. Industriale. Sociale. Tradotto: bollette, carburanti, imprese, inflazione, panico finanziario.E invece Bruxelles risponde come sa fare meglio: con il linguaggio anestetico della tecnocrazia continentale. Il portavoce Balazs Ujvari, durante il briefing stampa, ha spiegato che la presidente della Commissione “non ha ancora risposto”, ma che “la prossima settimana avremo il semestre europeo”. Magnifico. Il continente energeticamente vulnerabile aspetta, mentre i sacerdoti della burocrazia preparano il rito liturgico delle raccomandazioni specifiche per Paese.Del resto l’Europa moderna sembra funzionare esattamente così: quando arriva una crisi reale, produce conferenze. Quando servono decisioni rapide, organizza tavoli tecnici. Quando il sistema rischia di saltare, distribuisce PDF istituzionali scritti in un linguaggio così sterile da sembrare progettato direttamente da un algoritmo depresso.Il paradosso è persino comico. L’Unione Europea ama presentarsi come gigante geopolitico, potenza morale globale, architettura avanzata della governance contemporanea. Poi però basta che si blocchi uno stretto marittimo dall’altra parte del pianeta perché l’intero castello energetico europeo inizi a tremare come un condominio costruito male durante un terremoto.E nel frattempo i cittadini assistono al solito spettacolo: governi nazionali che chiedono flessibilità e Bruxelles che risponde con il calendario. Perché il vero culto europeo non è la crescita economica, non è la sicurezza energetica, non è nemmeno la stabilità sociale. È la procedura. Sempre la procedura. Una religione amministrativa dove il modulo corretto conta più della realtà.Così, mentre il mondo cambia velocemente, l’Europa continua a muoversi con la rapidità di una stampante pubblica del 1998: rumorosa, lentissima e spesso inceppata proprio nel momento in cui servirebbe davvero.
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