La favola del gioielliere trasformato in martire continua a perdere pezzi, uno dopo l’altro, sotto il peso delle ordinanze. La Corte d’Assise d’Appello di Torino scrive che la raccolta fondi non era destinata alle spese della difesa ma rappresentava un tentativo reiterato di sottrarre il patrimonio alle garanzie dei creditori. Altro che semplice solidarietà.

La favola del gioielliere trasformato in martire

Cinquantamila euro diretti verso un conto in Tunisia, quote patrimoniali cedute alla moglie, immobili ritenuti frutto di un’intestazione fittizia, beni bloccati per oltre un milione di euro, mentre la provvisionale da 480 mila euro resta lì a ricordare che le sentenze non si cancellano con gli slogan. Nel frattempo c’è chi prova a spostare il dibattito sull’amigdala, sui traumi, sull’ipervigilanza. Una spiegazione medica può aiutare a comprendere uno stato emotivo, non può diventare il detersivo capace di lavare responsabilità penali e obblighi civili.

Lo avevano già proclamato eroe

La politica che aveva già proclamato l’eroe, arrivando perfino a chiedere la grazia, oggi dovrebbe almeno avere il pudore del silenzio. La realtà raccontata dagli atti giudiziari è assai meno epica, parla di patrimoni da mettere al riparo, di creditori da evitare, di una narrazione costruita per commuovere l’opinione pubblica.

Il garantismo vale per tutti, anche per chi impugna una pistola, il vittimismo invece non può trasformarsi nell’ennesima scorciatoia per riscrivere i fatti.

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