La distanza tra la Chiesa cattolica e quella copta non è soltanto una differenza teologica o liturgica – è una frattura storica, filosofica e persino spirituale che attraversa duemila anni di cristianesimo.
La distanza tra la Chiesa cattolica e quella copta
Da una parte una Chiesa che, nel corso dei secoli, ha costruito gerarchie, compromessi politici, dogmi, concìli, alleanze imperiali e reinterpretazioni continue del messaggio originario; dall’altra una Chiesa antichissima, quella copta, rimasta ancorata alla durezza mistica del cristianesimo delle origini, custodendo il sapore della Chiesa primitiva senza trasformarla in macchina geopolitica.
La deformazione e la conservazione
La Chiesa cattolica ha spesso impiegato il proprio tempo nel deformare il messaggio cristico, trasformando progressivamente San Paolo nel vero architetto del cristianesimo moderno. Non più soltanto il Cristo della povertà assoluta, del silenzio, della ribellione spirituale contro il potere del mondo, ma un sistema teologico strutturato, adattabile agli imperi, alle monarchie, ai governi e alle necessità della storia. Paolo diventa così, per molti, il vero fondatore ideologico del cristianesimo istituzionale: colui che traduce la rivoluzione mistica del Cristo in religione organizzata, dottrina e controllo.
La distanza tra la Chiesa cattolica e quella copta
La Chiesa copta, invece, ha conservato qualcosa che Roma sembra aver smarrito nel rumore dei secoli: l’odore della sabbia dei primi martiri, la spiritualità ascetica del deserto, la continuità con la Chiesa antica. I copti non hanno mai completamente reciso il cordone con la comunità cristiana originaria. Hanno custodito simboli, tradizioni, liturgie e una visione del sacro meno contaminata dalle deformazioni politiche occidentali. Mentre Roma dialogava con imperatori, poteri economici e strategie diplomatiche, Alessandria continuava a custodire il sangue dei perseguitati.
Il confronto
È proprio per questo che il confronto tra cattolici e copti oggi assume un valore enorme, quasi inquietante nella sua portata storica. Il colloquio telefonico tra Papa Leone XIV e Tawadros II in occasione della Giornata dell’Amicizia copto-cattolica sembra rappresentare qualcosa di più di una semplice formalità diplomatica. Sembra il tentativo di riaprire una ferita antica del cristianesimo. Nata nel 2013 per celebrare il rapporto tra la Sede di Pietro e la Sede di Marco, questa ricorrenza oggi assume un significato molto più profondo.
La comune responsabilità
Nel colloquio è stata ribadita “la comune responsabilità per l’annuncio del Vangelo e la promozione della pace e della riconciliazione”, ma dietro queste parole si nasconde un tema gigantesco: quale Vangelo? Quello istituzionalizzato da Roma nei secoli o quello custodito nella memoria della Chiesa orientale? Leone XIV parla di “piena comunione”, di verità e carità, di unità dei cristiani in un’epoca devastata dalle guerre e dalle divisioni, soprattutto in Medio Oriente. Eppure proprio il Medio Oriente, terra dove il cristianesimo è nato e sanguina ancora oggi, è il luogo che ricorda continuamente quanto il cristianesimo occidentale si sia allontanato dalla propria origine.I
La distanza tra la Chiesa cattolica e quella copta
I copti portano ancora sulle spalle il peso dei martiri, delle persecuzioni, della fede vissuta come sopravvivenza quotidiana. Roma, invece, appare spesso come una struttura gigantesca che ha imparato a sopravvivere dialogando con il potere del mondo.
Il colloquio tra Leone XIV e Tawadros II, avvenuto in un clima definito “cordiale e fraterno”, mostra la volontà di “superare ogni ostacolo al dialogo della fede e della carità”. Ma forse il vero ostacolo non è soltanto teologico. È storico. È spirituale. È la distanza abissale tra una Chiesa che molti vedono come figlia della mediazione politica della storia e una Chiesa che continua a custodire la memoria ruvida e dolorosa del cristianesimo originario.
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