Il gesto avvenuto presso la Porta Nuova della Città Vecchia di Gerusalemme non può essere liquidato come una semplice “provocazione isolata” o come una bravata di cattivo gusto. Quando un uomo sputa deliberatamente contro una statua della Vergine Maria durante una manifestazione pubblica, non siamo davanti a una semplice mancanza di educazione: siamo davanti a un atto di odio simbolico, culturale e religioso.
Gerusalemme: ennesima profanazione del cristianesimo
Un gesto che colpisce milioni di cristiani nel mondo e che alimenta un clima sempre più inquietante di intolleranza verso la presenza cristiana in Terra Santa.
Le immagini diffuse da Wadie Abunassar mostrano ancora una volta quanto stia crescendo una certa radicalizzazione fanatica che si sente autorizzata a insultare simboli sacri senza alcun timore di conseguenze. E la cosa più grave è forse proprio questa: la normalizzazione. Perché quando episodi simili si ripetono nel silenzio generale, il messaggio che passa è devastante.
Legittimata l’idea di colpire il cristianesimo
Si legittima l’idea che colpire il cristianesimo sia tollerabile, quasi folkloristico, quasi accettabile dentro il caos politico e religioso che soffoca Gerusalemme.
La Vergine Maria non rappresenta soltanto un simbolo religioso per i cristiani. È una figura venerata da intere civiltà, rispettata persino da altre tradizioni religiose. Sputare contro la sua immagine significa sputare contro una storia spirituale millenaria, contro la dignità di una comunità già sempre più fragile e marginalizzata nella Terra che considera santa. Eppure, troppo spesso, quando i bersagli sono i cristiani, l’indignazione internazionale sembra abbassare il volume.
Gerusalemme: ennesima profanazione del cristianesimo
C’è poi un altro aspetto che inquieta profondamente: la trasformazione del fanatismo in spettacolo collettivo. La cosiddetta “processione delle bandiere”, che dovrebbe essere un momento identitario e celebrativo, continua invece a essere accompagnata da tensioni, provocazioni e manifestazioni estremiste che alimentano odio reciproco e umiliazione religiosa. Finché questi comportamenti verranno minimizzati come “episodi marginali”, il problema continuerà a crescere nell’ombra.
La protesta
La richiesta avanzata da Abunassar di individuare il responsabile e avviare un percorso di rieducazione appare persino moderata rispetto alla gravità morale dell’accaduto. Perché qui non è in discussione soltanto il rispetto di una statua, ma il rispetto stesso della convivenza religiosa. Una città come Gerusalemme, già dilaniata da conflitti politici, etnici e spirituali, non può sopravvivere anche alla distruzione sistematica del rispetto reciproco.
E forse la domanda più amara resta proprio questa: cosa accadrebbe se un simbolo di un’altra fede venisse pubblicamente oltraggiato nello stesso modo? Il silenzio sarebbe lo stesso? Oppure il mondo parlerebbe di odio religioso senza esitazioni?
