La decisione della Chiesa d’Inghilterra rappresenta un gesto che merita rispetto. Non perché trasformi automaticamente Kairos II in verità assoluta, ma perché riconosce il diritto dei cristiani palestinesi a raccontare la propria sofferenza, la propria storia, il proprio dolore. Per troppo tempo la voce della Chiesa palestinese è rimasta soffocata dal rumore della diplomazia, delle convenienze politiche, dei silenzi imbarazzanti.

La decisione della Chiesa d’Inghilterra

La Chiesa anglicana ha avuto almeno il coraggio di aprire un confronto. Di invitare le proprie comunità a leggere, studiare, discutere. È così che dovrebbe muoversi una Chiesa che non teme il dibattito, che non fugge davanti alle ferite della storia.

Anche la Chiesa cattolica dovrebbe compiere questo passo. Dovrebbe riconoscere il valore della testimonianza dei cristiani palestinesi. Dovrebbe rafforzarne la voce. Dovrebbe ascoltare chi vive quella terra ogni giorno, tra distruzione, paura, lutti, sfollamenti, senza lasciare che siano soltanto le cancellerie internazionali a raccontare ciò che accade.

La protesta ebraica

Le proteste delle organizzazioni ebraiche britanniche sono parte del confronto democratico. Non possono però diventare un motivo per impedire la lettura di un documento che nasce dall’esperienza diretta di una comunità cristiana. Una Chiesa credibile non sceglie quali sofferenze ascoltare. Le ascolta tutte. Poi riflette. Poi prende posizione con coscienza, senza paura di disturbare il potere.

Forse è arrivato il momento che Roma smetta di limitarsi ai richiami generici alla pace. Forse è arrivato il momento di dare maggiore spazio alla Chiesa palestinese, riconoscendone il ruolo morale, spirituale, umano. Perché chi vive quella tragedia non ha bisogno soltanto di solidarietà. Ha bisogno di essere ascoltato.

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