La Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) ha respinto quasi integralmente il ricorso presentato dalla Danimarca, con il sostegno della Svezia, contro la direttiva Ue 2022/2041 sui salari minimi. Con questa decisione, la Corte conferma la piena legittimità del quadro normativo europeo che mira a garantire retribuzioni dignitose e a rafforzare la contrattazione collettiva, definendone l’obbligo di promozione come parte integrante delle politiche sociali dell’Unione.
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea dice sì
Una pronuncia accolta con entusiasmo a Bruxelles: la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, l’ha definita “una pietra miliare” nel cammino verso un’Europa più equa. Sul fronte politico, la sinistra europea ha celebrato la sentenza come una vittoria per i diritti dei lavoratori, mentre in Italia le opposizioni e la Cgil hanno colto l’occasione per rinnovare le pressioni sul governo Meloni affinché introduca un salario minimo legale, proposta più volte bocciata dalla maggioranza.Va però chiarito che la Corte non impone agli Stati di adottare un salario minimo per legge.
I contratti collettivi da ridere
Per Paesi come Danimarca e Italia, dove i livelli salariali vengono stabiliti esclusivamente attraverso contratti collettivi nazionali, la sentenza ribadisce che la direttiva non obbliga a introdurre un sistema legale di retribuzione minima, né a rendere i contratti collettivi automaticamente vincolanti per tutti i datori di lavoro.
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea dice sì
La Corte ha tuttavia individuato due punti della direttiva che eccedevano le competenze dell’Unione, riguardanti i criteri con cui gli Stati che già dispongono di un salario minimo legale devono determinarlo o aggiornarlo. Queste disposizioni sono state annullate in quanto giudicate eccessivamente invasive rispetto alle prerogative nazionali.In sintesi, la sentenza segna un equilibrio delicato: da un lato rafforza la cornice europea per la tutela dei salari e della contrattazione collettiva; dall’altro riafferma la libertà degli Stati membri nel definire autonomamente i propri meccanismi di determinazione delle retribuzioni, nel rispetto delle tradizioni e dei modelli sociali di ciascun Paese.
