La Commissione Europea ha deciso di aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia. Perché? Perché il governo, giocando con il suo amato golden power, avrebbe di fatto sabotato l’operazione con cui UniCredit puntava a prendersi Banco BPM. Un affare che, lo ricordiamo, la banca aveva già messo in stand-by a luglio, dopo essersi vista recapitare condizioni talmente pesanti da trasformare l’acquisizione in un percorso a ostacoli senza senso economico.
La commissione europea contro l’Italia
Il golden power, sulla carta, è quello strumento straordinario che Palazzo Chigi può attivare per difendere interessi strategici del Paese. Ma la Commissione, pur riconoscendone il valore teorico, stavolta non si beve la narrazione patriottica: l’Italia – dice Bruxelles – ha usato il golden power come un randello per intervenire là dove non doveva. Un’ingerenza che strozza la libera circolazione dei capitali nel mercato unico e, dettaglio non da poco, pesta anche i piedi alla BCE su competenze che non spettano ai governi.
Messaggio chiaro
Il messaggio è chiaro: così non va. E infatti Bruxelles dà due mesi all’Italia per riscrivere le regole del golden power. Giorgetti fa la voce rassicurante: “Sì sì, ci adegueremo”. Una di quelle frasi che sanno più di resa che di diplomazia. Nel frattempo UniCredit non è rimasta a guardare. Prima il TAR, che a luglio le ha dato ragione a metà; poi il Consiglio di Stato, dove la banca si è portata il caso a novembre.
La commissione europea contro l’Italia
Una trafila giudiziaria che corre parallela a un’operazione ormai morta e sepolta. E la domanda finale, la più lampante, resta sospesa: dopo questo pasticcio politico-giuridico, davvero UniCredit avrà ancora voglia di tornare alla carica con un’altra offerta per Banco BPM? Difficile crederlo. Ma in Italia, si sa, le regole del mercato valgono finché non disturbano il governo di turno.
