Quello che ci vorrebbe a Gattuso e a buona parte del movimento calcistico italiano? Rinunciare al pallone, abbracciare la vanga e un bicchiere di vino di tanto in tanto.

La vanga e un bicchiere di vino

Avevo già scritto riguardo a Gattuso al tempo del suo analfabetico sforzo di giocare contro Israele. Visti i risultati generali, credo ci siano ottime possibilità che in federazione ci sia una mangiatoia a cielo aperto… più incapace sei più hai possibilità di trovare lavoro, ovviamente piena di minus habens, che permetta a questo genere di allenatori sopravvalutati di occupare abusivamente la panchina della benemerita. Ma è anche vero che, da molti anni, il movimento calcistico italiano sia divenuto territorio di conquista.

Troppi soldi agli incapaci… andate a lavorare

I nostri calciatorini sono molto più impegnati tra lustrini e festini che nello sviluppo della loro professione. Nelle nostre squadre gli italiani si contano dall’uno al quattro, mentre si dà spazio a suonanti pippe straniere. Le nostre primavere assomigliano sempre di più ad autunni stanchi, con viali pieni di foglie ingiallite cadute. Così il cerchio si chiude, in una spirale che sembra non avere più né ambizione né vergogna. I vivai, un tempo fucine di talento e sacrificio, sono diventate vetrine opache, dove si privilegia la fisicità precoce rispetto alla tecnica, l’immediato risultato rispetto alla costruzione del calciatore. Si bruciano ragazzi a vent’anni, spremuti e poi dimenticati, senza aver mai davvero imparato a stare in campo con intelligenza.

La vanga e un bicchiere di vino

Nel frattempo, chi dovrebbe guidare questo sistema pare più interessato a conservare equilibri interni, piccoli feudi e interessi incrociati, piuttosto che interrogarsi sul perché da anni non si producano più fuoriclasse veri, ma solo oneste comparse. La cultura del lavoro è stata sostituita dalla cultura dell’apparenza, e la disciplina da un’indulgenza cronica che premia più il nome che il merito. Quindi, non sorprende se anche la Nazionale, che dovrebbe rappresentare il vertice, finisce per essere lo specchio fedele di questo declino: confusa, intermittente, priva di identità.

È tutto l’insieme ad essere fallimentare

Non è solo una questione di moduli o di allenatori, ma di un sistema che ha smarrito il senso della propria tradizione e non ha saputo costruirne una nuova. Si continua a rincorrere soluzioni tampone, nomi altisonanti o nostalgie del passato, senza mai affrontare il problema alla radice. E intanto il resto del mondo corre, evolve, investe, mentre noi restiamo fermi, impantanati in una palude fatta di compromessi, autoreferenzialità e mediocrità accettata come normalità.

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