Il lento declino dell’Europa, dell’Italia e dei suoi propositi federali è ormai realtà. Non è stato un errore. È stato un rito.
Un sacrificio lento, firmato con inchiostro tecnico e celebrato come progresso. Da Maastricht in poi l’Italia non ha semplicemente sbagliato strada: ha scelto di spegnersi con disciplina, convinta che l’obbedienza fosse una virtù e la rinuncia una forma di maturità.

Il lento declino dell’Europa, dell’Italia e dei suoi propositi federali

Abbiamo chiamato integrazione ciò che era amputazione. Abbiamo chiamato responsabilità ciò che era auto-negazione.
E mentre altri baravano, esitavano, trattavano, noi eravamo i più devoti, i più allineati, i più puri nel catechismo europeo. Come tutti i neoconvertiti, abbiamo scambiato il fervore per lucidità. Non siamo entrati in Europa con realismo, ma in ginocchio, come davanti a un altare che prometteva redenzione in cambio dell’anima. La crescita si è assottigliata fino a diventare un sussurro. La domanda è stata strozzata, il lavoro sfilacciato, il patrimonio pubblico venduto come reliquia inutile.

Penitenze europee

Austerità come penitenza permanente. Privatizzazioni come atto di fede. Precarietà come pedagogia sociale. E ci siamo sentiti persino virtuosi mentre il corpo economico si raffreddava. Ora il progetto chiede altro sangue. Non più solo moneta, ma forza, comando, verticalità armata. L’Unione che non è riuscita a produrre benessere pretende di produrre potenza. È la logica di ogni costruzione in declino: quando manca il consenso, si amplia il controllo; quando manca la vita, si invoca la sicurezza.
Viviamo l’epoca delle conversioni senza confessione. Gli stessi che per trent’anni hanno predicato l’unica via possibile oggi riscoprono il buonsenso, come se fosse una moda tardiva. Parlano, ma non spiegano. Ammettono, ma non rispondono. Perché rispondere significherebbe guardare il vuoto che hanno scavato.

Il lento declino dell’Europa, dell’Italia e dei suoi propositi federali

Ciò che per anni è stato un suicidio soprattutto italiano ora diventa contagio. Altri Paesi iniziano a sentire la stessa stanchezza, lo stesso gelo istituzionale. È un tempo instabile, pericoloso, ma anche gravido: ogni fine porta con sé una possibilità, se non viene soffocata dalla paura. La grande stagione neoliberale in Europa sta chiudendo gli occhi insieme alla sua architettura politica. Non perché qualcuno lo voglia, ma perché non regge più il peso della realtà.

E in Italia la politica appare spossata, incapace di incidere, intrappolata in meccanismi che neutralizzano la volontà democratica prima ancora che possa esprimersi. Queste classi dirigenti lo sanno. Ed è per questo che negano, rinviano, irrigidiscono. Perché la fine del sistema coincide con la loro. E quando il potere sente la propria fine, non cerca la verità: cerca solo di guadagnare tempo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *