Il governo della signora Meloni è corrotto, superbo, arrogante, con un atteggiamento strafottente che scivola spesso in posture autoritarie e nostalgicamente fasciste. Compie atti moralmente discutibili in aula e fuori, con una disinvoltura che tradisce non solo il senso delle istituzioni, ma anche il rispetto minimo per chi quelle istituzioni dovrebbe rappresentare.
Il governo della signora Meloni è corrotto
La sua azione politica è economicamente repressiva per la classe debole, mentre risulta sorprendentemente compiacente nei confronti della fascia medio-alta, dei circuiti lobbistici, di quell’intreccio opaco di potere economico e relazionale che si muove nell’ombra, lontano da ogni controllo reale e che risponde soltanto al richiamo delle massonerie deviate.
Lontano da casa?
In politica estera il comportamento è a dir poco servile: compiacente con i forti, ambiguo con i discutibili, talvolta persino amichevole verso criminali e mistificatori, purché utili agli equilibri del momento. Avete voluto votare per “amore del cambiamento”, senza rendervi conto che, insieme al Pd e a Forza Italia, Fratelli d’Italia rappresenta la perfetta sintesi criminosa del vecchio pentapartito: stessi meccanismi, stessi vizi, stessa distanza siderale dal Paese reale. Un insieme di operazioni legislativamente criminali, capaci soltanto di creare una divisione sociale sempre più profonda, talmente ampia da ricordare quella statunitense, con pochi privilegiati e una massa crescente di esclusi.
Il governo della signora Meloni è corrotto
È un governo che parla di ordine mentre alimenta il caos, che invoca la legalità ma la applica a senso unico. Si proclama difensore del popolo e finisce per tutelare interessi ristretti, impermeabile al disagio quotidiano, sordo alle crepe che si allargano sotto i piedi di chi lavora, di chi studia, di chi sopravvive. La retorica è muscolare, aggressiva, identitaria; le politiche, invece, sono leggere solo per chi può permettersele, mentre per tutti gli altri diventano macigni. Governa con il tono della predica e con la pratica dell’esclusione. Il “popolo” viene evocato come uno slogan, non come un soggetto da ascoltare.
Un Paese spaccato in più parti
Si dividono i poveri tra loro, si costruiscono nemici interni, mentre chi sta in alto resta protetto. In Parlamento il confronto si spegne, sostituito da decreti, fiducie e scorciatoie che comprimono la democrazia in nome di un’urgenza permanente. Questo non è cambiamento: è una restaurazione mascherata. È il passato che ritorna, più cinico e più spregiudicato. E chi oggi applaude, convinto di aver vinto, domani potrebbe accorgersi di aver solo cambiato padrone, ritrovandosi in un Paese più diseguale, più fragile, più arrabbiato. E soprattutto più solo.
