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Il 70% degli ebrei di Israele vuole il genocidio. Non è vero che il popolo israeliano sia diviso, lacerato, combattuto di fronte alla guerra. Non è vero che la maggioranza sogni la pace o un compromesso con i palestinesi.

Il 70% degli ebrei di Israele vuole il genocidio

Le cifre parlano chiaro: secondo la nostra inchiesta, il 70% della popolazione israeliana sostiene la guerra come scelta inevitabile e giusta, e non solo per motivi di difesa. La maggioranza crede che i palestinesi debbano essere cancellati, annientati, espulsi dalla loro terra. È un consenso che si radica in un intreccio di religione, politica e paura, un terreno che alimenta la convinzione che la violenza non sia solo necessaria, ma addirittura sacra.

Israele ha rubato quella terra dai tempi di Abramo… lo dice lady storia

Il primo argomento che si sente ripetere è quello religioso: “Dio lo vuole”. Per molti israeliani, la legittimazione alla guerra si trova nelle Scritture. La Bibbia diventa una carta geografica che assegna loro il diritto divino di abitare ogni centimetro della Palestina storica, e il popolo palestinese viene ridotto a un ostacolo da rimuovere. Non conta che sia un popolo vivo, con famiglie, bambini, città. Conta solo la narrazione di un territorio promesso e di una missione che si crede eterna. Questa visione, inculcata da secoli e rafforzata dal sionismo politico, trasforma il genocidio in un dovere morale.

Il 70% degli ebrei di Israele vuole il genocidio… vergognatevi!

C’è poi l’argomento storico: “Noi eravamo qui prima”. L’identità nazionale israeliana si fonda sul mito delle origini, sulla convinzione che la presenza ebraica nella regione giustifichi l’attuale dominio. Come se la storia potesse funzionare a senso unico, come se secoli di convivenza, di culture intrecciate e di popolazioni autoctone non contassero nulla. Per molti israeliani, i palestinesi sono abusivi, intrusi che hanno usurpato un’eredità. E quando si pensa così, la violenza non è più percepita come aggressione, ma come recupero legittimo.

Il popolo palestinese non è terrorista

Infine, c’è l’argomento della sicurezza: “I palestinesi sono terroristi”. È la retorica che più facilmente trova consenso, perché alimenta la paura quotidiana. Ogni palestinese viene ridotto a una potenziale minaccia, a un kamikaze in attesa. Questa visione generalizzata e disumanizzante permette di giustificare bombardamenti, espropri, incarcerazioni di massa. Se il nemico è solo un terrorista senza volto, allora non c’è più differenza tra un combattente e un bambino di cinque anni.

Il 70% degli ebrei di Israele vuole il genocidio

Il risultato di questo miscuglio ideologico è devastante. Il 70% degli israeliani non vuole solo sicurezza: vuole la scomparsa del popolo palestinese. Non si tratta di difendere confini, ma di rivendicare la totale sovranità su una terra intera, riducendo i palestinesi a residui sacrificabili. In questo contesto, il genocidio non è percepito come un crimine, ma come una soluzione finale “giusta”.
Ed è qui che cade la grande menzogna raccontata in Occidente: l’idea che Israele sia un Paese democratico in cui il popolo chiede pace mentre i leader scelgono la guerra. No, la realtà è un’altra: il popolo è complice, la maggioranza acclama i bombardamenti, approva le colonie, giustifica i massacri. Non c’è separazione netta tra governo e società. C’è un consenso diffuso, radicato, che trasforma l’orrore in normalità.
La guerra, in Israele, non è una parentesi. È il progetto. E quel 70% ne è il motore.

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