I “pentiti del breve termine”, i vecchi proprietari ex amanti dello short term si pentono e tirnano indietro, come se fossimo davanti a una conversione morale collettiva, a un improvviso risveglio delle coscienze immobiliari, a una tardiva epifania urbana. L’era dei lucchetti appesi ai portoni e dei trolley trascinati sui sampietrini del centro storico sarebbe al tramonto. Roma, ci dicono, starebbe tornando alla normalità: meno affitti turistici, più contratti stabili, più residenti. Una favola, ben confezionata, rassicurante, ma pur sempre una favola.

I “pentiti del breve termine”

Perché dietro la retorica del “ritorno indietro” non c’è alcuna redenzione, solo aritmetica spicciola. È vero: la domanda di affitti brevi segna una contrazione attorno al 10 per cento rispetto all’anno precedente. Ma questo dato, isolato e agitato come una bandierina, serve più a costruire una narrazione che a spiegare la realtà. Il punto centrale non è il calo della domanda, bensì l’esplosione dell’offerta. Nel 2025, complice il Giubileo, l’offerta è cresciuta di oltre il 30 per cento, con circa 21 mila nuovi immobili riversati sulle piattaforme… una valanga.

Una valanga…

Un assalto alla diligenza. Una corsa all’oro urbano che ha saturato il mercato fino al collasso. Il risultato è una bolla gonfiata a dismisura, pronta a scoppiare non per scelta etica, ma per necessità economica, altro che pentimento. Qui non c’è conversione sociale, non c’è ravvedimento civile, non c’è alcuna presa di coscienza sul diritto all’abitare, sulla desertificazione dei quartieri, sull’espulsione dei residenti. C’è solo un conto economico che non torna più.

I “pentiti del breve termine”

I margini si sono assottigliati, la concorrenza è feroce, i costi sono aumentati, le regole si sono fatte più stringenti. E allora si smonta il giocattolo, si rientra nei ranghi, si torna all’affitto tradizionale. Non perché sia giusto, ma perché conviene di più. Nel 2025, il Giubileo ha funzionato come una gigantesca calamita psicologica. Migliaia di piccoli proprietari hanno fiutato l’affare, immaginando un flusso infinito di pellegrini pronti a pagare qualsiasi cifra per dormire a pochi metri da San Pietro. Il risultato? Una città trasformata in un accampamento temporaneo, un gigantesco dormitorio diffuso, una macchina spremi-turisti. Ma mentre arrivavano i pellegrini, sparivano i turisti “normali”: famiglie, coppie, viaggiatori culturali, visitatori altospendenti.

I veri turisti…

Quelli che Roma la vivono, non la consumano. Quelli che portano valore stabile, non picchi effimeri. Il caos annunciato, l’iper-affollamento, l’aumento dei prezzi, le misure di sicurezza straordinarie hanno prodotto un effetto repellente. Chi poteva permetterselo ha rimandato il viaggio. Meglio Parigi, Vienna, Lisbona, Barcellona. Roma troppo congestionata, troppo cara, troppo instabile. Un cortocircuito perfetto: più offerta, meno domanda qualificata. Più pellegrini mordi-e-fuggi, meno turismo strutturato. Più rumore, meno valore. Lo stesso schema si ripete altrove. Milano, con le Olimpiadi invernali, sta percorrendo la stessa identica traiettoria. Stesso entusiasmo speculativo, stessa corsa al mattone breve, stessa saturazione, stesso rischio di implosione. I grandi eventi funzionano così: attirano capitali rapidi, gonfiano le aspettative, alterano gli equilibri urbani e, alla fine, lasciano macerie sociali difficili da ricostruire.

I “pentiti del breve termine”

Quello che oggi viene raccontato come un “ritorno alla normalità” è in realtà una banale correzione di mercato. Una ritirata tattica. Una parte delle case verrà tolta dalle piattaforme – tra il 20 e il 30 per cento – producendo il solito “effetto rebound”: meno offerta, prezzi che risalgono, nuova marginalità per chi resta. E il ciclo ricomincerà. Espansione, saturazione, crisi, contrazione. Sempre uguale, sempre prevedibile, sempre impunito. Nel frattempo, Roma continua a perdere se stessa. Quartieri interi svuotati di residenti, comunità dissolte, scuole che chiudono per mancanza di iscritti. Negozi storici rimpiazzati da minimarket, souvenir, pizzerie fotocopia.

La trasformazione di una città

La città trasformata in scenografia. Una grande macchina estrattiva che succhia valore dai visitatori e restituisce precarietà a chi la abita. Parlare di “pentiti del breve termine” in questo contesto è un esercizio di autoassoluzione collettiva… serve a raccontarci che il mercato si autoregola, che il problema si risolve da solo, che non serve intervenire. Una narrazione tossica! Perché senza regole severe, senza limiti stringenti, senza una politica fiscale disincentivante, senza una pianificazione urbana fondata sul diritto all’abitare, il ciclo non si spezzerà mai.

La vera questione…

La vera questione non è se vedremo meno trolley a Trastevere o meno lucchetti a Monti. La vera domanda è se Roma vuole continuare a svendersi come parco tematico permanente o se intende tornare a essere una città viva, abitata, complessa, contraddittoria, ma reale. Finché questo nodo resterà irrisolto, i cosiddetti “pentiti del breve termine” non saranno altro che comparse momentanee in una rappresentazione già scritta, dove a vincere è sempre la rendita e a perdere è sempre la città.

Di Cento Righe

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