C’è stato un tempo in cui il giornalismo italiano pretendeva di essere il quarto potere. Oggi, quel potere si è piegato, venduto, dissolto sotto il peso dei finanziamenti, delle chiamate private, degli ordini di scuderia che arrivano dai palazzi della politica o dagli uffici marketing dei grandi gruppi editoriali.

Giornalismo italiano venduto al potere

La resa non è stata improvvisa: è avvenuta lentamente, silenziosamente, tra cene riservate e contratti di collaborazione, tra il linguaggio del potere e la complicità mediatica. I giornalisti italiani si sono arresi quando hanno accettato di essere impiegati della propaganda, quando hanno smesso di fare domande scomode e hanno cominciato a leggere copioni scritti da altri.

Il declino

Il declino ha radici precise: la trasformazione dei giornali in aziende e degli editori in lobbisti. Quando i quotidiani e le televisioni hanno iniziato a dipendere da fondi pubblici, pubblicità istituzionale o grandi sponsor legati ai partiti, la libertà di stampa è diventata una merce di scambio. E i giornalisti, anche i più noti, i più “opinionisti”… si sono adattati.
Nicola Porro, Mario Sechi, Augusto Minzolini, Sallusti, Belpietro, Mentana e altri: volti noti di un giornalismo trasformato nel Jerry Springer freak show italiano, dove la polemica vale più della verità e la fedeltà politica più dell’indagine. Gente che un tempo parlava di libertà, oggi recita la parte dell’analista, del “moderato di destra”, del portavoce non dichiarato di un sistema che li nutre e li blinda. Sono diventati “giornalisti di servizio”, come si diceva una volta per i burocrati del regime.

Giornalismo italiano alla Jerry Springer freak show

La svendita è avvenuta quando l’informazione è stata inglobata nel gioco di potere economico e politico. I direttori non vengono più scelti per la loro competenza ma per la loro docilità. Le linee editoriali non nascono nelle redazioni ma nelle segreterie dei partiti o nei consigli di amministrazione. I telegiornali diventano vetrine di consenso, i quotidiani organi di partito camuffati e i giornalisti, anche quelli che si fingono indipendenti si muovono come soldatini del verbo dominante.

Venduti

Il giornalismo italiano si è venduto davvero quando ha smesso di fare da cane da guardia del potere per diventare il suo megafono. Quando ha preferito il privilegio all’etica, l’apparizione televisiva all’inchiesta, la carriera alla verità. I talk-show ne sono la prova più evidente: opinionisti stipendiati per dire sempre le stesse cose, per recitare il copione del giorno, per rafforzare l’ideologia del momento. L’informazione come spettacolo, la notizia come arma politica.

Giornalismo italiano

La responsabilità, dunque, non si ferma ai volti noti dei talk show o ai direttori complici: si allarga come una macchia d’olio fino al cuore stesso dell’apparato, all’interno dell’Ordine dei Giornalisti, trasformato da organo di garanzia etica in una lobby autoreferenziale e clientelare.
Un tempo doveva essere il baluardo della verità, il luogo della tutela professionale, il confine tra la libertà e la propaganda. Oggi è una bottega politica, dove si scambiano favori, si riciclano carriere e si premiano i fedeli al potere, non i fedeli alla verità.

La mafia dell’ordine

Chi non appartiene al giro giusto viene escluso, umiliato o sepolto sotto il silenzio redazionale. Gli organi disciplinari, nati per vigilare sulla deontologia, sono diventati tribunali di comodo, strumenti di vendetta o di protezione a seconda dell’appartenenza.
Gli stessi che dovrebbero difendere la libertà di stampa oggi la strangolano con la burocrazia, con le tessere date o negate come pizzo professionale.

Giornalismo italiano e mafia bianca

Questa mafia bianca del giornalismo ha costruito una rete d’interessi che dialoga con i partiti, con le aziende editoriali e con le centrali di potere economico. È una confraternita che vive di connivenze silenziose, che decide chi può parlare e chi deve sparire, chi può essere definito “giornalista” e chi deve restare ai margini.

E intanto…

E intanto la stampa italiana, anestetizzata da stipendi, premi, ospitate e riconoscimenti interni, ha smesso di fare il suo mestiere: raccontare il potere, non servirlo. La verità, quando non conviene, viene truccata. La menzogna, se utile, viene ripetuta fino a diventare realtà. Così l’Ordine non è più il guardiano della democrazia ma il suo becchino elegante, con la penna in una mano e la tessera nell’altra. Così, in un Paese dove la stampa dovrebbe controllare il potere, il potere controlla la stampa. I giornalisti italiani si sono venduti non solo per denaro, ma per paura di essere tagliati fuori dal gioco, per l’ossessione di piacere, di contare, di essere invitati nei salotti televisivi.

Redde Rationem

E oggi, davanti a un’informazione ridotta a eco del potere, la domanda non è più “quando si sono venduti” ma: “c’è ancora qualcuno disposto a non fare veramente il giornalista… magari freelance”.

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