Dovremmo fare attenzione a Vannacci, non perché ogni parola pronunciata debba trasformarsi automaticamente in un allarme democratico, ma perché la storia insegna qualcosa. I dittatori raramente arrivano presentandosi come dittatori, arrivano promettendo ordine, identità, disciplina, orgoglio, sicurezza, qualcuno da combattere e qualcosa da riconquistare.
Dovremmo fare attenzione a Vannacci
Roberto Vannacci è un dittatore nato, le sue massime accendono il fuoco dell’odio verso tutti coloro che non sono italiani. La sua veemenza linguistica spesso cade in una sottocultura di genere che è tipica dei dittatori. Possiede una caratteristica politicamente potentissima, riesce a trasformare la provocazione in consenso e il consenso in una continua occupazione dello spazio pubblico. Non importa nemmeno essere sempre d’accordo con lui, anzi, probabilmente una parte del meccanismo funziona proprio grazie allo scontro. Più viene attaccato, più può presentarsi come quello che disturba il sistema, quello che dice ciò che gli altri avrebbero paura di dire.
La tecnica del coinvolgimento psicologico
È una tecnica antica, terribilmente efficace. Il problema non è Vannacci uomo, il problema è ciò che potrebbe rappresentare politicamente se quella narrazione continuasse a crescere senza contrappesi. Quando una società attraversa paura, impoverimento, guerre, immigrazione, insicurezza economica, sfiducia nelle istituzioni, aumenta inevitabilmente la domanda di risposte semplici. La sottocultura autoritaria non ha bisogno di dichiararsi: si presenta sotto forma di discriminazione, costruisce categorie di persone, stabilisce chi appartiene e indica chi deve restare fuori.
Dovremmo fare attenzione a Vannacci
Il problema è quando arriva qualcuno e indica il nemico. Gli immigrati, l’Europa, le minoranze, i burocrati, i buonisti, gli intellettuali, il politicamente corretto, qualcuno diventa inevitabilmente responsabile della nostra infelicità. La remigrazione non deve essere necessariamente razzismo per essere pericolosa. Può essere sottocultura politica, discriminazione trasformata in programma, esclusione venduta come difesa dell’identità nazionale. Da quel momento la politica smette lentamente di discutere soluzioni e comincia a costruire appartenenze contrapposte. Noi contro loro. È esattamente qui che bisogna stare attenti. Sto dicendo che certe condizioni culturali che accompagnano l’ascesa dell’autoritarismo iniziano molto prima dell’autoritarismo stesso.
Quando?
Cominciano quando la forza diventa più affascinante della mediazione e il dissenso viene percepito come debolezza, quando la complessità diventa fastidiosa. Cominciano quando una parte della popolazione desidera qualcuno capace finalmente di “mettere ordine”, senza domandarsi quale prezzo potrebbe avere quell’ordine. L’identità politica del dittatore nasce dalla capacità di imprimere nella società la psicologia dell’odio, presentandola come estrema necessità di difendere la nazione.Il meccanismo è antico.Prima si costruisce la paura, poi si individua il diverso, infine si convince il popolo che quel diverso rappresenti una minaccia.
Dovremmo fare attenzione a Vannacci
La democrazia ha un difetto meraviglioso, è lenta, rumorosa, contraddittoria, obbliga a sopportare persino chi consideriamo insopportabile. L’uomo forte invece appare semplice. Decide, divide, indica una direzione, proprio per questo seduce. Vannacci va quindi combattuto politicamente con le idee, non trasformato in un martire attraverso censure, demonizzazioni o caricature. Bisogna ascoltare attentamente quello che dice, contestarlo quando necessario, verificare ogni affermazione, pretendere risposte precise. Soprattutto bisogna osservare quello che cresce intorno a lui, perché la storia non si ripete mai perfettamente uguale, cambia uniforme, linguaggio, strumenti, propaganda.
Una cosa però rimane sorprendentemente simile. Quando riconosciamo definitivamente un autoritarismo, spesso abbiamo già ignorato per troppo tempo i segnali che lo precedevano. Dovremmo fare attenzione a Vannacci. Non perché sia già ciò che temiamo, ma perché i dittatori, quando nascono, non hanno ancora l’aspetto dei dittatori.
© Fabio Fiorina
