Donald Trump ha il terrore di fallire? Parla come chi vuole dominare il tavolo, ma forse per la prima volta da tempo sente il tavolo tremare sotto i piedi. Le sue parole sull’Iran, pronunciate con apparente sicurezza — «ci si può fidare» — aprono uno scenario che fino a pochi giorni fa sembrava impossibile: una tregua in Libano, la riapertura totale dello Stretto di Hormuz alle navi commerciali, negoziati decisivi a Islamabad e il possibile congelamento del programma nucleare iraniano. Un cambio di clima che sorprende il mondo e disorienta molti dei suoi alleati tradizionali.

Donald Trump ha il terrore di fallire?

Dietro la postura del leader deciso, però, potrebbe nascondersi qualcosa di molto più inquieto: un vero terrore psicologico. Trump sa che questa crisi può consacrarlo o distruggerlo. Sa che ogni parola pronunciata in queste ore pesa come ferro sulle fondamenta dell’Occidente. Se sbaglia mossa, rischia di sbriciolare il rapporto con la NATO, già umiliata pubblicamente con frasi sprezzanti e liquidatorie. Dire che l’Alleanza Atlantica è stata “inutile” e che deve stare lontana da Hormuz significa colpire il cuore politico e simbolico dell’architettura militare occidentale.

Non solo Europa

Ma non c’è solo l’Europa a osservare… c’è anche Pechino. É forse proprio questo il fantasma che si muove dietro le quinte della Casa Bianca. La Cina ha interessi vitali nell’area, dipende dalle rotte energetiche e considera Hormuz una arteria strategica del futuro globale. Se Washington trasforma lo Stretto in un teatro di ricatto o caos permanente, la risposta cinese potrebbe essere silenziosa ma devastante: economica, diplomatica, sistemica. Trump conosce bene la forza delle borse, delle catene logistiche, dei mercati che si vendicano senza sparare un colpo.

Donald Trump ha il terrore di fallire?

Ecco allora la contraddizione: l’uomo che ama mostrarsi impavido potrebbe trovarsi davanti alla più moderna delle paure, quella del leader che comprende di non controllare più tutte le leve del potere. Netanyahu si dice scioccato da un suo post. Gli europei si organizzano a Parigi con francesi e britannici pronti a guidare una missione navale. Italia, India e altri osservano. L’America non detta più da sola il copione.

Il suo dibattito elettorale è finito…

Trump intuisce che il mondo multipolare non è un comizio dove basta alzare la voce. È una scacchiera feroce dove ogni mossa genera reazioni incrociate. Per questo Islamabad diventa simbolica: non Washington, non Bruxelles, non Tel Aviv. Islamabad. Un segnale che racconta il cambio d’epoca.
Se davvero la pace avanzasse, Trump proverebbe a intestarsela. Se invece saltasse tutto, resterebbe l’immagine di un presidente che ha insultato gli alleati, irritato la Cina, confuso Israele e mostrato al mondo la fragilità dell’impero americano. Forse è questo il tarlo che lo rode: capire che non basta più essere Trump per piegare la storia.

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