Come fa Gianni Alemanno a parlare in televisione come un normale candidato politico? Come fa a essere ospite nei talk show, intervistato sui programmi, sulle alleanze, sulle strategie, addirittura presentato come uno dei protagonisti del dibattito politico? La domanda, però, non è nemmeno su Alemanno. La domanda è su chi glielo permette.
Come fa Gianni Alemanno a parlare in televisione
Che Paese è diventato il nostro se una parte dell’informazione ha smesso di avere memoria? Se basta sedersi davanti a una telecamera perché tutto venga cancellato? La politica italiana sembra aver perso qualsiasi senso del pudore, mentre una parte del giornalismo ha rinunciato al proprio dovere più importante: ricordare.
Non si può permettere questo scempio
Alemanno è stato condannato in via definitiva per traffico di influenze illecite e ha scontato una pena detentiva. Questo è un fatto. Nessuno gli nega i diritti civili previsti dalla legge, ma un conto è il diritto di partecipare alla vita pubblica, un altro è essere riproposto come un normale protagonista politico senza che il suo percorso venga continuamente contestualizzato.
Come fa Gianni Alemanno a parlare in televisione
Il problema non è soltanto Alemanno. Il problema sono gli editori, i direttori, i conduttori, gli autori televisivi e quei partiti che lo trattano come se fosse una novità politica invece di una figura con un passato giudiziario pesante. Sono loro a contribuire a trasformare la memoria in amnesia e l’informazione in spettacolo.
Poi ci chiediamo perché?
Poi ci chiediamo perché i cittadini non credano più nelle istituzioni. Forse perché vedono che tutto passa, tutto si dimentica, tutto viene normalizzato. Basta aspettare qualche anno e le porte si riaprono, i microfoni si riaccendono e la credibilità sembra non contare più.
Se questa è la normalità, allora non è la politica ad aver fallito soltanto. Ha fallito anche una parte dell’informazione che dovrebbe vigilare sul potere e invece troppo spesso lo riabilita. Una democrazia senza memoria è una democrazia fragile. E un giornalismo che dimentica diventa complice di quella fragilità.
