Il caso Adinolfi non è soltanto una vicenda giudiziaria, è il crollo simbolico di una certa predicazione morale, di quella superiorità esibita, urlata, sbattuta in faccia agli altri come una clava, mentre dietro la facciata della famiglia, dei valori, della fede pubblicitaria, secondo l’accusa, si sarebbe mosso un meccanismo molto più terreno, molto più volgare, molto più miserabile: soldi, promesse, rendimenti, scommesse, fiducia privata trasformata in possibile trappola.
Caso Adinolfi
Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia, è agli arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta sulla cosiddetta “Scommessa Collettiva”, un sistema che, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe raccolto denaro da privati prospettando guadagni legati alle scommesse sportive. Agli investitori sarebbero stati promessi rendimenti elevati e capitale garantito, mentre diversi partecipanti sostengono di non aver più recuperato le somme versate.
Il predicatore ladro
Saranno le indagini e l’eventuale processo ad accertare le responsabilità e mentre attendiamo nasce il disgusto politico, prima ancora di quello giudiziario, perché Adinolfi non è un personaggio qualunque, è uno che per anni ha occupato lo spazio pubblico con il tono del censore, del moralista, del custode dell’ordine, del predicatore di principi assoluti. Uno che ha costruito una parte della propria immagine sulla condanna degli altri, sulla famiglia elevata a tribunale, sulla vita privata trasformata in campo di battaglia ideologico.
Caso Adinolfi
Poi arriva questa inchiesta e quell’immagine si incrina profondamente. C’è poi un aspetto che, sul piano politico e culturale, rende questa vicenda ancora più pesante. Da anni Adinolfi ha costruito gran parte della propria immagine pubblica facendo costante riferimento alla religione, alla famiglia e ai valori cristiani. Il rischio è che la religione sia stata utilizzata come uno specchietto per le allodole rivolto ai più deboli, a chi cerca punti di riferimento morali e finisce per riporre fiducia in chi quei valori li richiama continuamente nel proprio discorso pubblico.
Religione e raggiri
Se la fede diventa uno strumento di consenso politico anziché una responsabilità personale, perde la sua forza spirituale e si trasforma in una semplice operazione di immagine. È una valutazione politica e culturale, non un’affermazione sui fatti contestati dall’inchiesta. Naturalmente sarà la magistratura, ed eventualmente un processo, a stabilire se le accuse siano fondate. Ma politicamente il danno è già enorme, perché quando chi predica virtù viene coinvolto in accuse così gravi, la questione non riguarda soltanto il codice penale… riguarda la credibilità, la coerenza e il rapporto di fiducia con chi ha creduto a quella rappresentazione pubblica. Riguarda una politica che pretende di impartire lezioni morali agli altri e che, quando finisce sotto la lente della magistratura, deve accettare lo stesso rigore che per anni ha invocato per chiunque altro.
Caso Adinolfi
Questa vicenda va seguita fino in fondo, senza sconti, senza amnesie e senza trasformare automaticamente un’indagine in una condanna. Ma allo stesso tempo senza dimenticare che chi ha costruito la propria autorevolezza sulla superiorità morale non può pretendere di sottrarsi al giudizio politico dell’opinione pubblica quando quella stessa immagine viene messa radicalmente in discussione.
