Cardinale Parolin uomo degno di rispetto. Dopo quindici secoli di potere esercitato a colpi di parole e silenzi, verità taciute e dogmi addomesticati, fa quasi tenerezza – e insieme sorpresa – citare il cardinale Pietro Parolin per un gesto di civismo avanzato. In un tempo dominato dal clangore delle armi e dalla retorica muscolare dei potenti, le sue parole scelgono un’altra traiettoria. Non sono le “parole di minaccia”, né il fragore arrogante della forza militare a tracciare le vie della salvezza, quelle che conducono a una crescita autentica, “fino alla misura della pienezza”.
Cardinale Parolin uomo degno di rispetto
Non sono i superbi, convinti di bastare a sé stessi, impermeabili a Dio e agli altri, a edificare il futuro. Le strade da percorrere sono altrove. Passano per la piccolezza, per l’umiltà disarmata, per cuori che non brandiscono menzogna e labbra che non trafficano falsità. È questo il nucleo dell’omelia pronunciata dal cardinale segretario di Stato nella mattina del 16 dicembre, presiedendo la Messa nella cappella dell’Istituto Dermopatico dell’Immacolata, a Roma: un luogo di cura, di fragilità esposta, di umanità senza trucco.
Le tre venute del Cristo
I giorni che precedono il Natale sono un territorio carico di attesa, attraversato da una speranza ostinata. La liturgia, come una mano che guida nel buio, accompagna la comunità cristiana verso il mistero della nascita del Salvatore, un fuoco che non abbaglia ma scalda, che non brucia ma illumina il cuore. È un tempo sospeso, proteso non solo verso Betlemme, ma anche verso la seconda venuta del Signore. Parolin ricorda che le venute di Cristo sono tre: quella storica, nella carne fragile di Betlemme; quella futura, alla fine dei tempi; e una terza, più silenziosa e quotidiana, che i Padri della Chiesa chiamano “intermedia”. È la venuta che accade ogni giorno, quando la Parola e i sacramenti si innestano nel cuore dei credenti e nella vita concreta della comunità.
Umiltà e speranza
L’Avvento è dunque un cammino di preparazione, ma non armata: è un esercizio di umiltà e di speranza. Il cardinale richiama il profeta Sofonìa, che lancia il suo monito contro la città ribelle e impura, incapace di ascoltare, di accettare la correzione, di confidare nel Signore. Non è un’accusa rivolta alle pietre, ma alle classi dirigenti, a chi governa senza vedere, comanda senza discernere. Il giudizio del Signore, ricorda Parolin, rovescia le gerarchie del mondo: è condanna per i superbi e festa per gli umili. Gioia per chi non si erge, ma si china.
Guardarsi dentro… Cardinale Parolin uomo degno di rispetto
La Parola diventa così uno specchio puntato sull’interiorità. In questi giorni che precedono il Natale, l’invito è a guardarsi dentro, a ritagliare uno spazio di silenzio in un mondo che corre senza respiro. La preghiera non come evasione, ma come atto di resistenza spirituale. Non a caso, proprio in questo giorno, prende avvio la Novena di Natale: una scuola di attesa contro la dittatura dell’immediatezza.
L’impotenza davanti alla malattia
Commentando il Vangelo di Matteo e la parabola dei due figli, Parolin mette a nudo una verità scomoda: non conta ciò che si promette, ma ciò che si fa. Il figlio che dice “no” e poi agisce compie la volontà del padre, non quello che pronuncia un “sì” vuoto. Dio, spiega il cardinale, cerca cuori sinceri, non dichiarazioni d’intenti. In un luogo come l’Istituto Dermopatico dell’Immacolata, questa parola si fa carne. Qui la missione passa attraverso il confronto quotidiano con la malattia, con il senso di impotenza, con il limite che nessuna retorica riesce a cancellare.
La visita ai degenti
Ogni giorno, in un luogo così, può nascere una nuova presenza del Salvatore. I Padri della Chiesa lo dicevano senza ambiguità: Cristo può nascere in mille modi, ma se non nasce ogni giorno nel cuore dell’uomo, la sua nascita a Betlemme resta sterile. Da qui l’invito a trasformare l’Istituto in una culla, uno spazio dove la fragilità non è scarto ma grembo.Al termine della Messa, Parolin depone un Gesù Bambino sotto l’albero di Natale allestito all’ingresso dell’Istituto. Un gesto semplice, quasi infantile, eppure carico di simbolo. Poi la visita al reparto di oncologia, gli auguri ai degenti. Nessun discorso solenne. Solo la presenza. E, forse, proprio lì, la terza venuta.
