Zelensky

Veramente avete creduto a Zelensky? Ma davvero qualcuno ci aveva creduto? Davvero qualche pollastro era convinto che l’ ex comico diventato presidente, paladino della trasparenza, l’uomo nuovo venuto a spazzare via la vecchia Ucraina marcia e corrotta, avesse fatto piazza pulita del malaffare? Evidentemente si.

Veramente avete creduto a Zelensky?

O almeno ha fatto finta, perché era più comodo così: l’eroe sotto assedio, la democrazia con la maglietta mimetica, l’occidente tutto unito dietro il “Churchill di Kiev”. E invece bastava aspettare. Bastava lasciar scorrere un po’ di tempo e un bel po’ di miliardi. Bastava che le agenzie anticorruzione NABU e SAPO cominciassero a dare fastidio nei posti sbagliati, a toccare le persone giuste, quelle che non si devono sfiorare. Ed ecco la soluzione geniale: una bella leggina votata in parlamento e firmata dal presidente con mano ferma, che toglie a NABU e SAPO la loro fastidiosa indipendenza e le mette sotto il procuratore generale, che guarda caso è un fedelissimo di Zelensky.

Così, tanto per gradire.

Il risultato è proprio quello che non ti aspetti in una nazione in guerra: migliaia di cittadini in piazza, da Kiev a Lviv, da Kharkiv a Odessa, non contro Putin, ma contro Zelensky. Non contro il nemico esterno, ma contro l’accentramento del potere interno, perché a tutto c’è un limite, anche nella propaganda. La pressione è tale che Zelensky, che aveva appena firmato la legge, cambia idea e propone una nuova norma per tornare indietro. Un po’ come uno che ti ruba il portafoglio e poi, beccato dalle telecamere, ti chiede se può almeno ridarti la carta d’identità. Nel frattempo, da Bruxelles arriva la reazione che non ti aspetti dai nani da giardino dell’Unione Europea: blocco di 1,5 miliardi di euro del pacchetto di aiuti per “preoccupazioni sull’indipendenza delle istituzioni anticorruzione” .

E qui viene il bello.

Perché mentre ci raccontano che la guerra va combattuta fino all’ultimo villaggio, che la pace sarebbe una resa al male assoluto, che non è il momento delle critiche interne… nel frattempo salta fuori, anche grazie a inchieste locali e internazionali, che la corruzione in Ucraina non solo non è finita, ma gode di ottima salute. Come ha scritto la Repubblica, non esattamente la Pravda di Mosca, si parla di “mostruosa corruzione”. Non qualche bustarella di provincia, ma giri d’affari multimilionari, appalti opachi, traffico di fondi militari, coperture ai piani alti. Chi sono i beneficiari? Spesso uomini molto vicini a Zelensky. Ex soci, amici, alleati politici. Gente che sa dove mettere le mani e dove non farle mettere agli inquirenti.

Veramente avete creduto a Zelensky?

E infatti, secondo l’ex capo della procura anticorruzione Klymenko, molte indagini sono state congelate, rallentato e ostacolate, giusto il tempo di far passare la riforma che sterilizza chi indaga. Ma per carità, tutto per difendere l’Ucraina dalle infiltrazioni russe, perché l’hashtag #HaStatoPutin di questi tempi funziona sempre. A questo punto, è difficile anche per chi soffre di gravi disabilità cognitive non comprendere che Zelensky è un burattino telecomandato da Washington, da Londra, da Bruxelles, messo lì per garantire stabilità formale e obbedienza sostanziale. L’indipendenza che rivendica sul fronte militare si dissolve quando si tratta di politica interna. E ora che la sua parabola sembra avvicinarsi al capolinea, il sospetto diventa certezza: è stato utile finché ha obbedito.

Ma il burattinaio, si sa, cambia marionetta quando i fili si aggrovigliano.

Ecco allora il cortocircuito finale. La guerra viene raccontata come lotta per la libertà mentre all’interno si soffoca ogni spazio autonomo, con la pace derubricata a vile cedimento. E intanto i fondi scorrono nelle stesse tasche di sempre. L’ex comico che suonava la chitarra con il pene, il leader che doveva rifondare lo Stato, si ritrova a svuotarlo, pezzo dopo pezzo, in nome di una fedeltà che non è al suo popolo, ma a chi l’ha costruito mediaticamente e sostenuto finanziariamente. Zelensky avrebbe ancora tempo per correggere il tiro, almeno formalmente, ma il conto politico e storico è già sul tavolo. Perché chi ciancia di legalità, di sovranità e poi smantella i controlli e obbedisce agli ordini esterni, non è un leader: è un funzionario, un amministratore delegato di una guerra d’altri, messa in scena con le luci del palcoscenico e i copioni scritti altrove. Ma questo non ditelo alla consorte casertana del ragionier Fantozzi, altrimenti si sfonda di vodka e fa annullare pure i concerti di Nek e Biagio Antonacci.

Di Cento Righe

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