Sionismo ed ebraismo il rischio è che scivolino uno dentro l’altro. Negli ultimi mesi, in modo silenzioso ma costante, il mondo sta mostrando una crescente insofferenza verso Israele e, più in generale, verso il sionismo. Un sentimento che, per alcuni, si trasforma in antisemitismo, cioè ostilità non solo verso le politiche di uno Stato, ma anche verso gli ebrei come popolo e comunità religiosa. Questa dinamica è delicata e complessa, perché intreccia fede, identità, storia e geopolitica.
Sionismo ed ebraismo
Lo Stato di Israele si è presentato, sin dalla sua nascita nel 1948, come la realizzazione delle antiche promesse bibliche. Nei testi sacri, infatti, troviamo passaggi in cui Dio promette ad Abramo e alla sua discendenza la terra di Canaan: “Alla tua discendenza io do questo paese, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate” (Genesi 15:18). E ancora: “Poiché tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio; il Signore ti ha scelto per essere il suo popolo particolare fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra” (Deuteronomio 7:6).
Versetti satanici
Questi versetti sono stati interpretati da molti credenti ebrei come un mandato eterno, una sorta di legittimazione divina alla presenza esclusiva del popolo eletto in quelle terre. Da qui nasce l’idea, in chiave moderna, che l’intera area dell’ex Canaan appartenga agli ebrei per diritto divino, e che la presenza di altri popoli – in particolare dei palestinesi – sia una sorta di usurpazione.
Sionismo ed ebraismo l’uno dentro l’altro
Il problema nasce quando questa visione teologica viene tradotta in pratica politica. Il sionismo, movimento laico nelle origini, ha fatto ampio uso delle Scritture per sostenere l’idea di un ritorno legittimo e “sacro” alla terra promessa. Alcuni gruppi radicali, sostenuti anche da comunità ebraiche nella diaspora, hanno persino giustificato le operazioni militari e gli insediamenti come parte di un disegno superiore. In questo senso, la pulizia etnica o lo spostamento forzato dei palestinesi vengono percepiti da costoro non come violenza, ma come compimento della promessa di Dio.
La scusa per uccidere
Questa giustificazione religiosa, che in altri contesti sarebbe percepita come fondamentalismo, trova invece una certa accettazione nei circuiti internazionali, perché legata alla memoria dell’Olocausto e alla necessità di proteggere un popolo perseguitato. Ma col passare del tempo, sempre più opinioni pubbliche, soprattutto tra i giovani e nei paesi del Sud globale, iniziano a distinguere tra il rispetto dovuto alla fede ebraica e la critica dura allo Stato israeliano.
Sionismo ed ebraismo…
Il rischio, tuttavia, è che questo rifiuto del sionismo scivoli facilmente in ostilità generalizzata verso gli ebrei. Si tratta di una spirale che alimenta l’antisemitismo, spesso mascherato da “antisionismo”, e che porta a confondere le responsabilità di uno Stato con l’identità religiosa di milioni di persone.
Il mondo non è cieco
In conclusione, il mondo sta vivendo una trasformazione silenziosa. Da un lato cresce la denuncia delle pratiche di Israele, viste da molti come terrorismo di Stato, giustificato da un’interpretazione religiosa della “terra promessa”. Dall’altro, questa critica rischia di degenerare in pregiudizio verso tutti gli ebrei. È un equilibrio fragile, in cui la memoria delle Scritture si intreccia con la geopolitica contemporanea, e in cui la distinzione tra fede, politica e giustizia diventa ogni giorno più sottile.
