Quid est veritas? Questa la domanda pronunciata quasi duemila anni fa dal prefetto della provincia romana di Giudea Ponzio Pilato… oggi che peso ha?

Quid est veritas?

Una frase lanciata forse con la stessa convinzione con cui oggi si dice “vedremo” per chiudere una conversazione imbarazzante. Eppure, grazie a quella battuta da burocrate annoiato, i cristiani hanno avuto la brillante idea di blindare il suo nome dentro il Credo, la loro personale “Magna carta”. Se non puoi eliminare il responsabile della condanna a morte del tuo Dio, tanto vale trasformarlo in una comparsa eterna della tua liturgia.

La compravendita storica

La religione cristiana, a differenza di tanti pantheon di dèi eccentrici e folcloristici, si è sempre venduta come la più “storica”. Al centro non c’è un fulmine di Zeus o l’occhio di Horus, ma il Verbo di Dio che “si è fatto carne” (Gv 1, 1-14). Carne vera, sangue vero, chiodi veri. Il mito, insomma, si è fatto cronaca giudiziaria. E così Dio è sceso dal piedistallo mitologico per finire davanti a un tribunale umano, condannato da un funzionario che, a suo malgrado, si è guadagnato un posto nei manuali di catechismo.

Quid est veritas?

Non possiamo dire con certezza con quale intenzione questa domanda sia stata posta durante il primo interrogatorio del processo contro Gesù (Gv 18, 38), sebbene l’evangelista ne offra una descrizione storicamente accurata dal punto di vista giuridico.
Era la sincera curiosità di un intellettuale che cercava la verità come chi cerca un buon vino d’annata? Era un accenno di simpatia per l’imputato, sgradito ai sacerdoti che Pilato odiava più dei turni di guardia? O, molto più banalmente, era la domanda retorica di un cinico scettico, convinto che “la verità” sia solo un’idea da filosofi in toga, buona giusto per le discussioni accademiche, ma inutile quando bisogna mantenere l’ordine e soprattutto non far arrabbiare Cesare?

Ma Pilato forse sapeva della formazione intellettuale del Cristo

Pilato sapeva della formazione intellettuale di Gesù? Lo vedeva come un degno avversario filosofico? Uno scontro tra due pensatori? Secondo una teoria, da me molto amata, Gesù avrebbe trascorso parte della sua giovinezza a Zippori, fiorente città della Galilea situata a pochi chilometri da Nazareth. All’epoca, Zippori era un vivace crocevia di culture, lingue e commerci, con un teatro greco che testimoniava l’influenza ellenistica. Qui, si ipotizza che il giovane Gesù, avrebbe potuto apprendere il greco e assistere a rappresentazioni teatrali respirando un clima intellettuale aperto e cosmopolita, arricchendo così la sua formazione. Questa esperienza urbana, a contatto con diversi mondi culturali, avrebbe contribuito a forgiare la sua visione universale, capace di parlare a genti oltre i confini giudaici.

In ogni caso, il paradosso resta: Pilato ha fatto la domanda sbagliata al momento giusto e, con la sua ironica nonchalance, si è conquistato l’immortalità? Ai cristiani serviva un carnefice ma siamo sicuri che Pilato sia l’uomo giusto? Ponzio Pilato non è stato solo il carnefice di Cristo, ma uno strumento necessario del disegno divino: senza la sua decisione, la crocifissione non avrebbe avuto luogo e la redenzione universale non si sarebbe compiuta, rendendolo paradossalmente parte essenziale della salvezza.

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