Quanto tempo dovuto al male serve ancora? Si sgretola l’animo umano dietro enfasi senza senso… il male, la violenza, il potere. La ricerca del dominio è la casa in cui si genera la distruzione. Alcuni politici la chiamano Ragion di Stato, altri il male necessario per raggiungere e creare il bene. Ma dar ai bambini la terra arida, ai padri il sapore della lama o alle donne la distruzione della creazione, come si concilia con la creazione di un bene superiore? In realtà siamo stanchi di essere stanchi.

Quanto tempo dovuto al male serve ancora?

Stanchi degli intrighi di ogni genere e del vedervi circondare le brave persone. Il male non è voluto solo da alcuni… la necessità di dominio e supremazia e propria di tutte le nazioni che si vendono la guerra come mamma della pace. Questo mondo è riempito da rotocalchi di facce imposte, da telegiornali falsati e da un mondo di De Filippiani stupidi. C’è un mondo falsificato dal nulla e dalla povertà intellettuale, non propria dei giovani ma di chi vende la sua integrità intellettuale al miglior offerente.

E poi i venduti…

E poi c’è la stampa… quella che dovrebbe essere argine e invece è una diga crepata, che lascia passare solo ciò che conviene al padrone di turno. Non più cani da guardia, ma animali ammaestrati, nutriti a editoriali preconfezionati e verità mutilate. Le parole vengono svuotate, rese innocue, sterilizzate come ferri chirurgici pronti a incidere senza dolore apparente. “Conflitto”, lo chiamano… mai guerra. “Intervento”, mai invasione. “Stabilità”, mai controllo. È il lessico del travestimento, la grammatica del compromesso morale.

Quanto tempo dovuto al male serve ancora?

Nell’ombra, dove non arrivano le telecamere, siedono le lobby delle armi… silenziose, eleganti, impeccabili nei loro completi scuri. Non urlano, non si espongono, ma firmano. Firmano contratti che odorano di polvere da sparo e di carne bruciata. Ogni bomba ha una firma invisibile, ogni fucile una genealogia fatta di consigli d’amministrazione e strette di mano. La guerra non è un errore: è un investimento. È un mercato che non conosce crisi, un altare su cui si sacrifica l’umanità in nome del profitto.

Quelli del buio

Allora la domanda ritorna, come un’eco che non vuole morire: quanto tempo ancora? Quanto tempo ancora dovremo chiamare “necessario” ciò che è semplicemente disumano? Quanto tempo ancora accetteremo che il dolore venga contabilizzato, che le vite diventino numeri, che le lacrime vengano archiviate come effetti collaterali? Forse il punto non è più capire il male… ma riconoscere chi lo racconta come inevitabile. Perché il vero inganno non è la guerra, ma chi la rende accettabile come uno show business o un Freak Show di qualche squallido canale di qualche squallido salottino notturno, in cui si parla tanto ma nessuno lo avrà ascoltato.

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