Patrimoniale? Anche no grazie. Sembra un mantra da recitare ogni volta che la sinistra vuole distinguersi dalla decadenza della destra. Un mantra stanco, voler far diventare i ricchi poveri, anziché i poveri ricchi.
Patrimoniale: il mantra della sinistra che si veste da vecchia sinistra
È questa la grande distorsione ideologica che ha trasformato il pensiero progressista in una caricatura di se stesso. Si parla di redistribuzione, di patrimoniale, di tassare la ricchezza come se la povertà fosse un valore da tutelare e non una condizione da superare. Si confonde la giustizia sociale con la vendetta sociale. Così, mentre si grida all’uguaglianza, si finisce per difendere una mediocrità di massa in cui nessuno deve emergere troppo, perché l’avere è diventato sospetto.
La cazzissima patrimoniale
La “cazzissima” patrimoniale — come la chiamerebbe chi ha ancora un briciolo di onestà linguistica — è il fantasma che ritorna ogni volta che la sinistra perde contatto con la realtà. Spaventa la borghesia radical chic, quella che si commuove ai festival letterari ma poi corre a votare a destra per proteggere i propri immobili, le proprie azioni, il proprio piccolo regno domestico costruito con anni di ipocrisia. Perché alla fine, in Italia, la sinistra ama il popolo, ma non vuole viverci dentro.
Ma se cambiasse paradigma?
Ma se la sinistra cambiasse paradigma? Se, invece di pensare a come punire chi ha, iniziasse a costruire un sistema che permetta anche a chi non ha di avere? Sarebbe così assurdo immaginare una sinistra che premi il merito, che incoraggi l’imprenditoria sociale, che investa sulla formazione e sull’innovazione come strumenti di emancipazione, non di livellamento verso il basso?
Patrimoniale: il vestito di sinistra
La società cambia. I tempi mutano. Le logiche del lavoro, della ricchezza, della mobilità sociale non sono più quelle del dopoguerra. Eppure la sinistra italiana rimane incatenata a un “protocollo” che non esiste più: quello del compromesso novecentesco tra fabbrica e partito, tra piazza e ideologia. Oggi le piazze sono virtuali, i lavoratori sono freelance e la lotta di classe è stata sostituita da una lotta di status. Ma il discorso politico resta fossilizzato, polveroso, incapace di generare speranza.
La vera svolta
Forse la vera rivoluzione, oggi, non è togliere a chi ha ma dare strumenti, visione e fiducia a chi ancora non ha. La sinistra, se vuole rinascere, deve smettere di difendere il passato e iniziare a costruire il futuro. Non una società più povera, ma una società più ricca di opportunità… più socialista, più inclusiva soprattutto nelle intenzioni e nel difendere l’azione.
