Lo Ior non è più soltanto la “banca vaticana” evocata per decenni tra misteri, scandali, silenzi e guerre interne di potere. Oggi appare sempre più come il simbolo di una trasformazione strutturale della macchina economica della Santa Sede. E i numeri del bilancio 2025 parlano con una chiarezza quasi brutale: 51 milioni di euro di utile netto, +55% rispetto all’anno precedente, e un dividendo da 24,3 milioni destinato direttamente a Papa Leone XIV e alla Santa Sede.

Lo Ior non è più soltanto la “banca vaticana”

Dietro questi numeri non c’è soltanto finanza. C’è una mutazione politica, amministrativa e persino filosofica del Vaticano contemporaneo. Si chiude infatti l’era di Jean-Baptiste Douville de Franssu, l’uomo che dal 2014 ha guidato la grande ristrutturazione dello Ior nel pieno della rivoluzione economica voluta da Papa Francesco. Una riforma nata dopo anni di scandali, opacità, conti fantasma, gestione incontrollata di patrimoni e lotte intestine che avevano trasformato le finanze vaticane in uno dei punti più fragili dell’intero sistema curiale.

Un passaggio di testimone…

Al suo posto arriva François Pauly, lussemburghese, uomo della finanza europea e figura già inserita da tempo nei nuovi equilibri economici della Santa Sede. Una successione pianificata con precisione chirurgica, quasi a voler certificare che il nuovo corso non è più emergenza, ma sistema. I dati raccontano proprio questo.
La raccolta complessiva gestita dallo Ior ha raggiunto i 5,9 miliardi di euro tra depositi, conti correnti, gestioni patrimoniali e titoli custoditi. Il patrimonio netto è salito a oltre 815 milioni di euro. Non semplicemente crescita. Consolidamento. Rafforzamento. Stabilizzazione.

Lo Ior non è più soltanto la “banca vaticana”

Il Vaticano finanziario, dopo anni di terremoti, tenta ora di mostrarsi come una struttura credibile, disciplinata e governabile. Nel rapporto annuale lo Ior parla apertamente di “gestione attiva e disciplinata dei portafogli”, di “condizioni favorevoli di mercato”, di rafforzamento della governance, dei controlli interni, della trasparenza fiscale e persino dell’espansione digitale dei servizi. Linguaggio tecnico, freddo, manageriale. Molto distante dall’immagine antica di una finanza ecclesiastica opaca e incontrollabile.

La svolta?

Il passaggio più interessante è forse un altro: la crescita del rapporto con le Congregazioni religiose. Sempre più ordini, enti ecclesiastici e istituzioni cattoliche stanno tornando ad affidare patrimoni e risorse allo Ior, riconoscendolo nuovamente come interlocutore affidabile. È qui che emerge il vero obiettivo della riforma: ricostruire fiducia interna prima ancora che reputazione esterna.

Lo Ior non è più soltanto la “banca vaticana”

Papa Francesco aveva tentato di demolire il vecchio modello centralizzando il controllo economico, chiudendo migliaia di conti esterni e sottraendo ai vari dicasteri la possibilità di muoversi autonomamente sui fondi. Dopo lo scandalo londinese, il messaggio era diventato chiarissimo: basta feudi finanziari interni, basta casse parallele, basta autonomie incontrollate.
L’Apsa è stata trasformata nell’unico centro di gestione patrimoniale della Santa Sede, mentre allo Ior veniva affidato soprattutto il ruolo operativo e finanziario.

Il ruolo di Leone

Leone XIV prosegue quella linea, ma con un approccio ancora più sistemico. Il motu proprio “Coniuncta Cura” introduce infatti un principio chiave: corresponsabilità. Tradotto nel linguaggio reale del potere vaticano significa una cosa molto semplice: nessun organismo deve più detenere il monopolio assoluto della gestione economica.

Lo Ior

Lo Ior perde quindi l’esclusiva sugli investimenti finanziari. Non come punizione, ma come ridefinizione degli equilibri interni. Una sorta di architettura condivisa del potere economico vaticano. Ed è qui che il Vaticano contemporaneo diventa interessante da osservare: meno monarchia finanziaria verticale, più sistema interconnesso di controllo reciproco.
Perché nel Vaticano nulla avviene mai soltanto per motivi economici. Dietro ogni riforma finanziaria esiste sempre una guerra più profonda: quella per il controllo della governance, delle informazioni, delle leve decisionali e degli equilibri interni alla Curia.

Il mandato politico

Forse è proprio questo il vero dato politico del bilancio 2025: non il profitto. Ma il fatto che il Vaticano stia tentando di trasformare la propria finanza da zona oscura di sopravvivenza interna a macchina strutturata di potere amministrativo globale.

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