L’incontro tra il Papa e Sarah Mullally, nuova arcivescova di Canterbury, assume un valore che va ben oltre il protocollo ecumenico. È il segnale di una frattura storica tra due modi opposti di intendere il cristianesimo: da una parte una tradizione che, pur con contraddizioni e limiti, ha saputo aprire spazio alla leadership femminile; dall’altra una struttura cattolica ancora prigioniera di un impianto gerarchico che continua a negare alle donne il pieno accesso ai ministeri e al governo spirituale.
L’incontro tra il Papa e Sarah Mullally
La figura di Sarah Mullally non è soltanto quella di una guida religiosa. È il simbolo di una modernità possibile dentro la fede. Il fatto che una donna sieda al vertice spirituale della Comunione anglicana inglese rappresenta una rottura con secoli di esclusione patriarcale. Significa riconoscere che autorevolezza, intelligenza teologica, capacità pastorale e forza morale non appartengono a un genere ma alla persona. Nel confronto con la Chiesa cattolica il contrasto appare evidente.
Le costruzioni di San Paolo
Roma continua a muoversi dentro una cornice dottrinale irrigidita da interpretazioni storiche che hanno attribuito alle donne silenzio, subordinazione e servizio passivo. Molto di questo impianto viene tradizionalmente ricondotto alle lettere paoline, usate nei secoli come giustificazione teologica di un ordine patriarcale. Ma il problema non è solo il testo antico: è l’uso politico che ne è stato fatto per consolidare potere, esclusione e controllo.
Così mentre Canterbury mostra che una donna può guidare, predicare, decidere e rappresentare milioni di fedeli, il cattolicesimo continua a discutere perfino se concedere ruoli minimi, come se il talento femminile fosse una concessione e non una realtà evidente.
L’incontro tra il Papa e Sarah Mullally
Il richiamo del Papa all’unità tra cristiani e alla pace nel mondo è condivisibile, ma ogni appello alla riconciliazione rischia di restare incompleto se non affronta anche la questione della giustizia interna alle Chiese. Non può esistere testimonianza credibile di pace all’esterno se all’interno permane una disparità strutturale.
La presenza di Sarah Mullally in Vaticano diventa allora più di una visita istituzionale: è uno specchio scomodo posto davanti a Roma. Mostra che il cambiamento è possibile, che il Vangelo non teme la donna libera, e che il futuro spirituale del cristianesimo passerà inevitabilmente anche dalla liberazione delle sue donne.
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