L’Europa ha finalmente deciso di mettere la sua solenne firma su un foglio che, almeno sulla carta, dovrebbe sembrare una presa di posizione contro Israele. Applausi, fanfare, champagne. Ma attenzione: non esageriamo con le parole, perché guai a pronunciare quella parolina scomoda che comincia con la “G” e continua con “enocidio”.

L’Europa non controlla più il popolo

Troppo divisiva, dicono i nostri illustri rappresentanti. Meglio parlare di “crisi umanitaria”, di “eccesso di forza”, magari di “uso sproporzionato della violenza”, che suona quasi come un consiglio da galateo bellico: “Israele, sei stato un po’ rude, la prossima volta per favore evita di alzare la voce e, se possibile, non bombardare proprio tutti i bambini. Alcuni lasciali, così da non urtare la sensibilità dei diplomatici”.

Migliaia di bambini uccisi

Ecco, i bambini. Centinaia, migliaia, ormai diventati numeri da sciorinare con distacco tecnico: 4.000, 8.000, 12.000… come se stessimo leggendo il listino della Borsa valori. Questi piccoli corpi non sono divisivi? Non provocano crisi politiche nei corridoi di Bruxelles, non fanno inciampare i ministri degli esteri mentre sorseggiano il loro caffè.

L’Europa non controlla più il popolo

L’unica cosa veramente pericolosa è una parola. Una parola che, se detta, rischierebbe di incrinare i rapporti con Washington, Londra e qualche lobby ben piazzata. Perciò via, meglio il silenzio lessicale. E intanto, che spettacolo! Dopo mesi di complicità, improvvisamente le piazze europee sono straripanti. Giovani, studenti, lavoratori, gente comune che grida “Palestina libera” con una convinzione che non si sentiva da anni. Una marea umana che non guarda i telegiornali con l’occhiale deformante dei governi, ma con gli occhi della realtà cruda dei social, dei video, dei corpi ammassati sotto le macerie.

Non lo controllate più eh?

Ed ecco che i nostri politici, improvvisamente, hanno un problema: non controllano più la narrazione. Non bastano più le dichiarazioni melliflue, non basta più l’ipocrisia di facciata. Il popolo ha già preso posizione.E allora ecco l’arte del trasformismo: i grandi statisti europei, fiutando l’aria, cercano disperatamente di saltare sul carro. Non possono opporsi alle piazze, troppo rischioso. Non possono più dire che Israele “si difende”, perché le immagini di Gaza parlano da sole.

L’Europa non controlla più il popolo

E allora cosa fanno? Fingono. Fingono di essere parte del coro, ma con il tono stonato del professionista della retorica. Annunciano sanzioni, sì, ma annacquate, diluite, piene di eccezioni e distinguo. Roba che non spaventa neanche il più piccolo kibbutz. Eppure loro si presentano come coraggiosi, come “avanguardie morali”. E mentre si riempiono la bocca di belle parole, continuano a temere la sola cosa che li potrebbe compromettere: la verità. Perché chiamare genocidio un genocidio equivarrebbe ad ammettere che per mesi, anni, hanno appoggiato, coperto e giustificato un crimine storico.

Scena tragicomica

Alla fine, la scena è tragicomica: i politici europei come comparse imbarazzate in un teatro dove il pubblico ha già deciso chi fischiare e chi applaudire. Ma loro, poveretti, pensano ancora di poter recitare la parte del protagonista. Non capiscono che ormai sono ridotti a fare la figura dei pagliacci, quello che cercano di imitare il popolo dopo averlo disprezzato. Forse, chissà, un giorno capiranno che la parola più divisiva non è “genocidio” ma “politici europei”.

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