Con l’Europa determinata a chiudere definitivamente con il gas russo entro il 2028, il Turkmenistan si propone come un nuovo e potenzialmente strategico fornitore di energia. Ricchissimo di riserve naturali – il quarto Paese al mondo per quantità di gas – questo Stato dell’Asia centrale rappresenta un’opzione interessante per Bruxelles, che punta a ridurre la dipendenza da Mosca e a rafforzare la propria sicurezza energetica. Tuttavia, trasformare questa opportunità in realtà è tutt’altro che facile.
Il gas russo
Le difficoltà sono molteplici. Sul piano logistico, il principale ostacolo resta l’assenza di collegamenti diretti tra il Turkmenistan e l’Europa. Il progetto più discusso, quello del gasdotto transcaspico, che dovrebbe attraversare il Mar Caspio collegando il Turkmenistan all’Azerbaigian e quindi al Corridoio Meridionale del gas, è rimasto per anni bloccato da questioni politiche, ambientali e di sicurezza. Le tensioni con la Russia e l’Iran, entrambi contrari a un’infrastruttura che ridurrebbe la loro influenza energetica nella regione, hanno ulteriormente complicato il quadro.
Il piano geopolitico
Sul piano geopolitico, inoltre, il Turkmenistan è uno Stato fortemente chiuso, governato da un regime autoritario che limita le relazioni economiche e diplomatiche con l’Occidente. Bruxelles, pur interessata alle riserve turkmene, deve bilanciare la necessità di nuovi approvvigionamenti con il rispetto dei propri principi democratici e dei vincoli ambientali.
Il gas russo
Nonostante ciò, l’Unione Europea sembra intenzionata a esplorare ogni possibile via per diversificare le proprie fonti. Il coinvolgimento del Turkmenistan, anche solo parziale, potrebbe contribuire a ridurre il peso delle forniture russe e a rafforzare la stabilità del mercato europeo. Ma la strada è lunga e accidentata: tra ostacoli tecnici, pressioni politiche e rischi economici, la corsa europea al gas turkmeno resta una partita tutta da giocare.
