La voce della società odierna urla aiuto. Siamo quello che siamo: un miscuglio poco elegante di ribelli e traditori, di amanti e guaritori improvvisati, di guerrieri da tastiera e generosi a corrente alternata. Bugiardi, leali, rispettosi quando conviene. Angeli per i demoni e demoni per gli angeli. Un bel circo umano, insomma. Passiamo dentro la vita come comparse distratte, sfogliando pagine stanche a cui spesso non sappiamo dare un senso. Però, curiosamente, riusciamo sempre a dare un senso enorme a noi stessi. È un talento straordinario: la vita resta incomprensibile, ma il nostro ego è chiarissimo.
La voce della società odierna
Ci rivestiamo di corazze invisibili, di quelle che non si vedono ma pesano come macigni. Le indossiamo convinti di essere qualcosa di importante, guardando gli altri con lo stesso sguardo con cui la follia osserva la sobrietà: con sospetto e un pizzico di superiorità. Sfilamo nei vicoli della vita come se fosse una parata trionfale, ignorando che dietro di noi spesso restano rottami, rifiuti, relazioni lasciate a marcire. Ma questo dettaglio lo rimuoviamo volentieri.
L’arroganza di sentirsi giusti
Condanniamo, accusiamo, giudichiamo. Siamo giudici severissimi del mondo intero. Poi, però, quando le luci si spengono, ci ritroviamo soli ad asciugarci le lacrime della nostra povertà emotiva, della nostra disillusione, della nostra nudità… e lì arriva il momento peggiore: quando restiamo soli davanti al nostro stesso sguardo. È il momento in cui l’incertezza diventa paura e l’inadeguatezza diventa terrore.
La voce della società odierna
Sventoliamo vessilli di uno spirito smarrito nel grande abisso del non senso, ma guai a fermarsi. Continuiamo a giurare e spergiurare che la nostra casa è costruita sulla roccia. Anche quando scricchiola come una baracca sulla sabbia. Forse dovremmo concederci un piccolo lusso: il dubbio. Mettere in discussione la nostra sapiente grandezza. Perché nella nostra narrazione siamo imbattibili: nessuno è più di noi, nessuno capisce più di noi, nessuno ama più di noi. Eppure siamo spesso soli. Sempre alla ricerca della grande amicizia, del grande amore, della persona perfetta che sarà — guarda caso — sempre la prossima. Perché quella che abbiamo davanti, semplicemente, non sappiamo amarla noi.
La voce della società odierna
Allora ci ritroviamo scontenti, delusi, psicoanalizzati, depressi, ubriachi o dipendenti da qualcosa o da qualcuno. Inseguendo labbra perfette, addominali perfetti, successi giganteschi e bellezze irreali. E alla fine? Alla fine scriviamo un post tragicamente profondo su Facebook: “L’unico che merita il mio amore è il mio cane”, oppure il gatto, per chi preferisce. La verità è più semplice e molto meno poetica: spesso non sappiamo amare. Non sappiamo dare. Scappiamo dal bello e dal certo solo per avere una scusa elegante per non impegnarci. Accusiamo gli altri di tradire, mentre noi stiamo già preparando il prossimo tradimento. Diciamo agli altri che non sanno amare, ma in realtà vogliamo essere amati a modo nostro: senza troppe responsabilità, senza troppo amore.
Osservazione…
Dovremmo osservarci di più, ma probabilmente scopriremmo di che stoffa siamo fatti e non ci piacerebbe il tessuto. Perché alla fine siamo questo: una collezione di disadattati. Alcuni analfabeti, altri semi-analfabeti, qualcuno diplomato, qualcuno laureato. Ma sempre disadattati. Disadattati che giocano a socializzare dentro una gigantesca finzione digitale, solo per sentirsi parte di qualcosa. Oppure facciamo gli asociali, che è l’altro lato della stessa medaglia: fuggire dal vuoto. Così torniamo alla nostra frase preferita: “Mai una gioia”. “La vita è una merda”. “L’amore non esiste”. No, caro mio. Forse l’amore esiste. È che tu non esisti davvero. Sei solo un essere che traballa dentro se stesso, in cerca di un po’ di comprensione. E spesso distruggi proprio chi quella comprensione te la dà. Perché essere considerati è una responsabilità. Significa dover dimostrare che quella fiducia è meritata. Ed è esattamente lì che, puntualmente, scappiamo.
