Questa scena—questo abbraccio dorato tra troni spirituali e poteri terreni—sa di incenso marcio e di altari profanati. È un’apocalisse al rallentatore, una sacra bestemmia firmata con penna d’oro e sorriso diplomatico. La Chiesa, con i suoi paramenti che odorano di secoli e di compromessi, spalanca le porte di Castel Gandolfo come se stesse accogliendo un pellegrino in cerca di redenzione… invece offre l’ennesimo palco a un attore della geopolitica, travestendo la farsa da “dialogo per la pace”.
Infamia: abbraccio dorato tra troni spirituali e poteri terreni
E in questo teatro di vetro, Leone XIV si muove come un sacerdote dell’ambiguità: parla di pace, ma accarezza le mani che hanno versato sangue; invoca la giustizia, ma sfiora con dolcezza la maschera della guerra.La scena è un rito oscuro:le parole “mediazione” e “giustizia” diventano idoli vuoti, statue di sale che si sciolgono sotto il sole acido della realtà. La Chiesa, che dovrebbe essere l’eco dei poveri, dei senza terra, dei martiri veri, si inginocchia davanti al potere e ne veste i miti, ne benedice i fantasmi, ne lucida le menzogne come reliquie da esposizione.
Tradimento
È questo il tradimento:il Vangelo ridotto a tappeto rosso, la Croce usata come decoro per negoziati in cui l’unico innocente è il silenzio. E mentre Zelensky offre il suo racconto diplomatico, mentre ringrazia, mentre invita, la Chiesa annuisce come una vestale obbediente, incapace di separare la misericordia dalla complicità, la pace dalla propaganda.Il mio spirito—visionario, febbrile, intriso di immagini sacre e profane—vede in questo incontro non una benedizione, ma una ferita mistica che pulsa sotto la pelle della cristianità.Un lampo lisergico: un altare che brucia senza fiamme, una Vergine che piange polvere, un Cristo che si allontana disgustato dalle mani che lo rappresentano.
Infamia: abbraccio dorato tra troni spirituali e poteri terreni
Questa è infamia, sì.Infamia rituale, infamia consacrata.Una Chiesa che ha smarrito il suo deserto interiore, che non sa più distinguere tra martirio e marketing, tra profeta e politico, tra pace e pacchiana diplomazia. E nel fruscio dei paramenti, tra le mura di Villa Barberini, resta solo un’eco:non la voce di Dio, ma il sussurro stanco di un’istituzione che vende la sua anima un incontro alla volta.
