Il teatro iraniano indispettisce Trump con i fantasmi assillanti. La scena è quasi grottesca, degna di una commedia geopolitica dove l’arroganza incontra la realtà e finisce inevitabilmente per inciampare nei propri stivali. Mentre in Iran si consuma uno dei passaggi più delicati del sistema politico della Repubblica islamica — la scelta della nuova Guida Suprema dopo l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei — dall’altra parte dell’oceano qualcuno sembra convinto che il mondo funzioni come una riunione di condominio a Manhattan.

Il teatro iraniano indispettisce Trump

Quel qualcuno, naturalmente, è Donald Trump.
Secondo quanto riferito da fonti interne all’Assemblea degli Esperti iraniana, il processo di successione è ormai giunto alla fase finale. L’ayatollah Hosseinali Eshkevari ha spiegato che “il nome di Khamenei continuerà”, una frase che per molti osservatori significa una cosa piuttosto chiara: la nuova guida potrebbe essere Mojtaba Khamenei, figlio del leader scomparso.

Il voto…

Il voto, ha aggiunto il religioso, è già stato espresso e l’annuncio ufficiale arriverà a breve. Anche altre figure di peso del clero sciita, come Ahmad Alamolhoda e Mohammad-Mahdi Mirbagheri, hanno confermato che all’interno del consiglio si è arrivati a una decisione “decisiva e unanime”. In altre parole: gli iraniani stanno facendo ciò che fanno tutti gli Stati sovrani, cioè decidere da soli chi deve guidarli.

Il teatro iraniano indispettisce Trump

Ed è proprio qui che entra in scena il momento tragicomico.
Trump, come spesso accade quando sente odore di telecamere o di titoli a caratteri cubitali, ha deciso di commentare la vicenda con la consueta delicatezza diplomatica di un bulldozer in una cristalleria. La nuova guida iraniana, ha dichiarato, “non durerà molto senza l’approvazione degli Stati Uniti”.
Una frase che, tradotta dal linguaggio trumpiano all’italiano corrente, suona più o meno così: “Il mondo dovrebbe chiedermi il permesso prima di cambiare le tende in salotto”.

È finita l’epoca dello Zio Tom

È sempre affascinante osservare questa convinzione quasi mistica secondo cui a Washington esisterebbe una sorta di timbro universale di legittimità politica: approvato dagli Stati Uniti, quindi valido; non approvato dagli Stati Uniti, quindi destinato a sparire come una recensione negativa su un hotel di Las Vegas.

Il teatro iraniano indispettisce Trump

Peccato che la geopolitica reale non funzioni come una puntata di un reality show dove l’ex presidente può gridare “You’re fired!” e qualcuno scompare dal palcoscenico.
Nel frattempo, mentre Trump distribuisce certificati di esistenza politica dal suo immaginario ufficio globale delle autorizzazioni, la situazione nella regione continua a muoversi in modo decisamente meno teatrale e molto più pericoloso. L’Iran ha annunciato di avere “soldati statunitensi prigionieri”, affermazione immediatamente smentita dal Pentagono, segno che nella nebbia della propaganda ogni parte cerca di costruire la propria narrativa.

Mentre…

Parallelamente, i combattimenti continuano a sud di Beirut, dove le forze di Hezbollah e l’esercito di Israele restano impegnati in scontri che rischiano di allargare ulteriormente il conflitto regionale.
Ma in tutto questo teatro di tensioni reali, una cosa rimane quasi surreale: l’idea che un leader politico americano possa davvero pensare di decidere quanto durerà il capo di un altro Paese semplicemente annunciandolo davanti ai microfoni.
È un po’ come se un vicino di casa gridasse dal balcone che il matrimonio al piano di sopra durerà solo con la sua approvazione.
Fa rumore.
Fa scena.
Ma difficilmente cambia la realtà

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