Il presidente del Senato La Russa deve essere rimosso. L’episodio che ha coinvolto Ignazio La Russa, presidente del Senato della Repubblica, e il senatore Antonio Nicita non è semplicemente una caduta di stile. È il sintomo di qualcosa di più profondo: un progressivo svuotamento delle istituzioni della loro dignità.
La Russa deve essere rimosso
Quando il presidente della seconda carica dello Stato si lascia andare a un insulto come “coglione”, per di più a microfoni accesi, non è solo un uomo che sbaglia. È un’istituzione che si abbassa. Chi ricopre un ruolo come quello di presidente del Senato dovrebbe incarnare il rispetto delle regole, la misura delle parole, la responsabilità del linguaggio. Non è un bar sport, non è una riunione di partito, non è un comizio in piazza.
Il fascismo verbale
È il luogo dove dovrebbe abitare la forma più alta della democrazia repubblicana. Invece assistiamo sempre più spesso a un degrado verbale che ricorda il clima delle peggiori stagioni della politica italiana, quando l’insulto sostituiva l’argomento e la prepotenza faceva le veci del confronto. Il problema non è soltanto l’offesa rivolta a Nicita. Il problema è l’idea di potere che emerge dietro quell’offesa: una concezione arrogante delle istituzioni, in cui chi governa si sente al di sopra delle regole che dovrebbe difendere. È la politica ridotta a tifo, a scontro tribale, a linguaggio da curva.
La Russa deve essere rimosso
Quando la presidenza del Senato diventa teatro di simili comportamenti, il messaggio che passa ai cittadini è devastante: se chi dovrebbe garantire equilibrio e rispetto si comporta così, perché mai il dibattito pubblico dovrebbe mantenere un livello diverso? In una democrazia matura esistono responsabilità politiche e istituzionali. Le scuse non bastano sempre, perché la credibilità delle istituzioni si costruisce con l’esempio quotidiano.
Il presidente della vergogna
Se chi occupa ruoli così alti non è in grado di mantenere quella sobrietà, allora la questione diventa inevitabilmente politica. Il punto, in fondo, è semplice: le istituzioni non appartengono ai partiti, ma alla Repubblica. E chi le rappresenta dovrebbe ricordarlo ogni volta che apre bocca. Anche — e soprattutto — quando pensa che i microfoni siano spenti.
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