Il nuovo regolamento sui dehors non è soltanto una questione estetica, ma rappresenta un tentativo deciso di ristabilire un equilibrio tra spazio pubblico e iniziativa privata. Per anni, soprattutto nelle grandi città italiane, abbiamo assistito a una progressiva colonizzazione dei marciapiedi: tavolini, sedie, fioriere improvvisate, ombrelloni di ogni colore e dimensione hanno finito per trasformare le strade in estensioni caotiche dei locali.

Il nuovo regolamento sui dehors non è soltanto una questione estetica

Un’espansione spesso tollerata, talvolta incentivata durante la pandemia, ma poi rimasta senza un vero riordino. Il nuovo regolamento interviene proprio su questo punto: non si tratta solo di “uniformare” l’estetica, ma di restituire leggibilità e funzionalità allo spazio urbano. L’omogeneità degli arredi – tanto criticata da alcuni esercenti – diventa uno strumento per evitare l’effetto bazar che, in alcune vie, aveva ormai compromesso il decoro cittadino. Non è un caso che vengano citati esempi emblematici come via Veneto o i quartieri più turistici, dove il disordine visivo si accompagna spesso a una fruizione difficoltosa degli spazi.

Il cuore della norma

Ma il cuore della norma è un altro: lo stop ai cosiddetti “tavolini selvaggi”. Qui il tema si fa più profondo, perché tocca il diritto alla città. Marciapiedi occupati per decine di metri significano meno spazio per i pedoni, per le persone con disabilità, per le famiglie. Significano, in sostanza, una privatizzazione di fatto di un bene comune. È evidente che questo regolamento produrrà effetti economici: meno tavoli equivale, per molti, a meno coperti e quindi meno incassi. Tuttavia, si apre anche una riflessione più ampia sul modello di città che vogliamo.

Il nuovo regolamento sui dehors non è soltanto una questione estetica

Una città vetrina, caotica e sovraffollata, o una città ordinata, accessibile e sostenibile?La sfida sarà trovare un equilibrio reale tra le esigenze dei commercianti e il diritto collettivo allo spazio pubblico. Perché il rischio opposto esiste: trasformare l’ordine in rigidità, la regolazione in omologazione sterile. E allora il punto non è solo togliere i tavolini in eccesso, ma costruire una visione urbana che non soffochi né l’identità dei luoghi né la libertà di viverli.

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