Abbiamo la boria per non vedere ciò che alimentiamo. Abbiamo macchine di lusso, appartamenti di lusso, vacanze pagate dalle banche, e passiamo le giornate a desiderare telefoni, giocattoli, vestiti, status, plastica emotiva da esibire come trofei. Tutto lecito, certo. Ma forse, dico forse, proprio questa overdose di comodità ci ha trasformati in spettatori narcotizzati, incapaci di guardare oltre il vetro delle nostre illusioni climatizzate.
Abbiamo la boria per non vedere ciò che alimentiamo
Mentre noi litighiamo per un parcheggio, per un like, per un telefono nuovo o per l’ennesima misera guerra condominiale tra frustrati in giacca e SUV, a Gaza migliaia di esseri umani rincorrono camion di cibo come animali feriti dentro un esperimento infernale. Non corrono verso il lusso. Non verso il benessere. Neanche verso il futuro. Corrono per un singolo morso. Per restare vivi un altro giorno.
Chi arriva tardi resta senza cibo
Chi è troppo debole per correre è già condannato… e il mondo guarda.
Guarda e mastica, guarda e scrolla il telefono, guarda e cambia video.
Chiamano tutto questo “aiuti umanitari”. Ma non c’è nulla di umanitario nella fame organizzata sotto gli occhi del pianeta. Questa è fame ingegnerizzata. Fame amministrata. Fame trasformata in metodo politico e psicologico. Uno dei crimini più osceni che la storia contemporanea stia consumando davanti alle telecamere del mondo intero.
Abbiamo la boria per non vedere ciò che alimentiamo
La parte più grottesca è che gli stessi sistemi economici che producono le nostre inutili conquiste da supermercato emotivo sono spesso gli stessi che alimentano guerre, dipendenze, sfruttamento e miseria. Così noi viviamo dentro scatole di cemento che cadono a pezzi, con amministratori che si fottono milioni, garage insicuri, cancelli rotti, servizi decadenti… però continuiamo a fare gli arroganti col portiere, come se lui fosse il problema universale. Miserabili che sfogano la propria impotenza su altri miserabili. Questa è l’inutilità che alimenta altra inutilità. È il vuoto che dialoga col vuoto. È un’umanità che non sa più quale parte della propria anima utilizzare e allora sceglie sempre la più pigra, la più egoista, la più anestetizzata.
Poi la domanda…
Poi ci chiediamo come sia possibile ignorare Gaza… è semplice: abbiamo trasformato il dolore altrui in un’icona sul desktop mentale. La apriamo cinque secondi, proviamo un brivido rapido di indignazione da salotto e subito dopo la trasciniamo nel cestino della coscienza. Perché la verità è che molte persone non vogliono vedere il male del mondo: vogliono solo continuare a consumare senza sentirsi disturbate dalla realtà.
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