12 nuovi sacerdoti ambrosiani stanno per essere ordinati dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini. Perché racconto un episodio così banale? Perché la cosa mi fa riflettere. Ho analizzato il profilo di questi ragazzini e mi sono reso conto di una cosa inquietante. 12 disoccupati trovano impiego all’interno della Chiesa! Come molti è il loro profilo base a essere inquietante: non c’è uno solo di loro nato e cresciuto in una grande città, o in un borgo malfamato e camorrista. Tutti belli paffutelli usciti fuori dalla gonna di nonna, occhiali, brufoli e pettinata alla Alberto Sordi stile “signorina Margheritaaaa”, e vengono tutti da luoghi con: un bar, una farmacia, una Chiesa e un alimentari… come fanno a conoscere la vita che dovranno insegnare?
12 nuovi ragazzini senza inferno
Ma cosa voglio dire? Questi preti, come la maggior parte degli ambrosiani, diocesani o gesuiti non hanno parte e non sono parte di questa società – e allora la domanda viene a seguire: come faranno a guidare questa società attraverso le omelie e le filastrocche da confessionale? Come diceva San Filippo Neri: “Chi non va all’inferno da vivo ci va da morto” e questi l’inferno non sanno neanche scriverlo. Formati sulla teologia paolina, frutto di millenni di alterazioni, falsificazioni e reinterpretazioni, questi bimbi minchia della Chiesa cattolica hanno bisogno di un cane per ciechi… come faranno a guidare? La Chiesa è piena zeppa di personaggi di questo tipo: senza esperienza di vita, senza crimine, senza fica oltretutto. Mai visto l’inferno eppure li mettono lì a insegnarlo quindi, è proprio vero il detto: chi non sa fare insegna.
Il modello riprodotto
Il problema vero però non è nemmeno loro. Il problema è il modello che li produce. Una struttura che da decenni seleziona persone sempre più protette, sempre più omogenee, sempre più lontane dalla complessità del mondo reale. Ragazzi che passano dalla famiglia al catechismo, dal catechismo al seminario, dal seminario alla parrocchia, attraversando la vita come si attraversa un corridoio illuminato senza mai sporcarsi le scarpe nel fango della realtà.
12 nuovi ragazzini senza inferno
Eppure dovrebbero parlare di fallimento a chi ha perso tutto, di dipendenze a chi combatte contro i propri demoni, di povertà a chi non arriva alla fine del mese, di guerra a chi l’ha vissuta sulla propria pelle, di solitudine a chi non trova più un motivo per alzarsi dal letto. Dovrebbero essere guide in mezzo alle tempeste umane e invece spesso appaiono come funzionari di una spiritualità amministrata, più preparati a gestire documenti e procedure che a comprendere il dolore contemporaneo.
Ambienti fuori tempo
Forse la domanda da porsi non è se siano brave persone. Molti probabilmente lo sono. La domanda è un’altra: può una Chiesa continuare a formare i propri ministri quasi esclusivamente all’interno di ambienti protetti e poi pretendere che comprendano fino in fondo una società che non assomiglia più a quei luoghi?
12 nuovi ragazzini senza inferno
Perché il rischio è evidente. Non quello della cattiveria, ma quello dell’irrilevanza. Una Chiesa che parla una lingua che il mondo non riconosce più, che offre risposte a domande che nessuno pone e che continua a formare uomini destinati a guidare comunità che conoscono soprattutto attraverso i libri. Quando una guida smette di conoscere il territorio che attraversa, non importa quanto sia sincera la sua fede, il rischio di perdere la strada diventa inevitabile, perché loro non hanno mai dovuto fare i conti con il bivio.
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